Sagrado Corazón – sulla tomba di GIANNI SETTIA

 

Sagrado Corazón

sulla tomba di Gianni Settia, diacono vercellese,

volontario dell’O.M.G., morto in Bolivia nel 1970

 

Giovanni Olivero, presidente dell’associazione di volontariato "vita 3" di Saluggia e cugino di Gianni Settia, ci ha gentilmente concesso, per la pubblicazione in anteprima in questa pagina  del nostro sito, un capitolo di un suo libro, di prossima pubblicazione, che riguarderà alcuni personaggi significativi di Saluggia. Il capitolo in questione è appunto quello che riguarda Gianni "l’aquilotto volato in Bolivia". Lo ringraziamo sentitamente per questa gentilezza che ci aiuta a mantenere vivo il ricordo e l’esempio di Gianni, vercellese che ha dato la vita sulla frontiera delle missioni.

chi desidera visualizzare ed eventualmente salvare il file pdf completo del corredo fotografico originale clikki qui  

al seguente link è invece recuperabile il file pdf della pubblicazione "pro manuscripto" che gli amici avevano dedicato a Giovanni nel lontano 1971 clikka qui


L’aquilotto volato in Bolivia

Nella foresta boliviana, urtando un cavallo con la sua moto, moriva il giovane diacono saluggese Gianni Settia.
Erano le 19 circa del 29 aprile 1970, quando Gianni aveva solo 24 anni.  
E’ la morte di un giovane alla vigilia dell’ordinazione sacerdotale, mentre è al servizio dei poveri del terzo mondo, in Bolivia, a Sagrado Corazon.
La morte di Gianni si propone alla nostra considerazione per la generosità e la fede che l’hanno portato all’estremo sacrificio, sì da  provocare un salutare turbamento al torpore della nostra coscienza cristiana  e civile, suscitando in chi l’ha conosciuto, interrogativi e forse anche propositi.
Per questo, voglio qui ravvivare la memoria  di Gianni, mio cugino, soprattutto per portare come esempio le edificanti motivazioni religiose e sociali  che hanno alimentato il suo amore per il prossimo bisognoso, fino al crepuscolo di quella giornata quando, sulla strada che attraversa la foresta boliviana, Gianni è stato chiamato dall’Alto verso un’alba che non conosce tramonto.

A volte mi sento come un bimbo
Senza mamma lontano dalla sua casa
A volte mi sento come un’aquila nell’aria
Una mattina luminosa e bella
Deporrò il mio fardello
Distenderò l’ali e fenderò l’aria
Potrete seppellirmi all’est
Potrete seppellirmi all’ovest
Ma quella mattina udrò le trombe suonare

Così i suoi amici la posero nel primo  libro, a lui dedicato, senza citare l’autore e noi vorremmo tanto che l’avesse scritta Gianni

La nascita dell’Aquilotto

Il nostro Gianni viene  alla luce in un giorno di maggio, il 23 dell’anno 1945, quando è appena terminata la seconda guerra mondiale.
Gianni è il terzo e ultimo nato della famiglia di Francesco Settia e Teresa Olivero; gli altri fratelli sono Giuseppe, di 11 anni più anziano di lui e Angela che allora aveva 9 anni, poi diventata suor Angela.
Sono giornate calde di sole e di passioni buone e cattive, residuati del conflitto che ha visto gli italiani gli uni contro gli altri; anche a Saluggia è stato così.
Il batuffolo, ultimo arrivato in casa di mamma Teresa non ha ancora un nome, forse i genitori lo vorrebbero chiamare in altro modo, ma la zia Lina ed i cugini insistono. Lo vogliono chiamare Giovanni, come San Giovanni Bosco, perché la domenica successiva si inaugurerà a Saluggia il monumento a Don Bosco. E così avverrà, ma sarà sempre chiamato col diminutivo  Gianni.
Il giorno del battesimo il piccolo corteo parte dalla casa Settia  a piedi, e si reca in chiesa dove c’era ancora il battistero circondato da una robusta inferriata per dividere i battezzandi dai già battezzati. Gianni è portato dalla Giulia, l’ostetrica che ha fatto nascere mezzo secolo di Saluggesi.
Don Pio Bobba, il parroco del tempo, gli versa l’acqua sul capo mentre per lui, i padrini dicono “Sì” alla fede della religione cattolica, quella fede dell’amore per il prossimo che guiderà Gianni fino al sacrificio della vita.
Dalla penombra della chiesa il piccolo corteo esce in quel caldo pomeriggio e la gente di passaggio vuole vedere il neonato, lo guarda e gli sorride, un sorriso non si nega mai a un bambino.
Papà Francesco lavora i campi e il lavoro della stalla e dei campi impegna tutta la famiglia. Perciò Gianni, come tanti altri bambini delle famiglie contadine, negli anni della sua infanzia, è portato all’Asilo e, come tanti altri bambini, anche lui fa quotidianamente il broncio e pesta i piedi perché all’asilo non ci vuole andare. Ma in casa del Cichin c’è poco spazio per questi capricci, occorre lavorare se si vuole tirare avanti ed i piccoli devono andare all’Asilo.
C’era allora all’Asilo Suor Anna, una suora dotata di particolare sensibilità per i bambini. Se la Giulia aveva fatto nascere mezzo secolo di saluggesi, suor Anna li aveva allevati; la Giulia li faceva venire al mondo e suor Anna insegnava loro le prime regole per starci.
Così, grazie a suor Anna, anche Gianni finisce per adattarsi alla vita dell’Asilo.
La casa di Gianni sta in fondo alla via Don Cerruti ed è ampia e piena di sole. Gianni a mano a mano che cresce rivela un carattere intraprendente; ha lo  sguardo vivace che fora le lenti rotonde che ha cominciato  a portare all’età di sei anni, cioè quando la maestra che l’ha preso in consegna nelle elementari, si è resa
conto che faceva fatica a vedere.

Le sue marachelle infantili

Adesso Gianni è un bimbo vispo e paffutello, sotto gli occhiali ha due zigomi sporgenti solcati da due fossette quando sorride. Ma, manco tempo di notarlo e subito torna serio e attento a percepire lo stimolo da tutto quello che gli sta attorno.
In casa non c’è angolo in cui non vada a mettere il suo naso a punta, per la naturale curiosità dei bambini ma anche per provare a fare qualcosa. Il banco da falegname di papà Cichin è il suo campo di battaglia preferito, dove si può battere, piantare chiodi, rompere qualcosa, ma anche tentare di fare, come quella volta che si è costruito la barca ad elica.
Ma quanto scompiglio tra gli arnesi di lavoro che successivamente il fratello e il papà cercano e più non trovano, con successive tirate di orecchie che Gianni subisce senza troppo pentimento per le malefatte!. Gianni è fatto così, deve muoversi, deve fare sempre qualcosa.
Quando non trova da fare in casa allora corre dall’amico Luigi per escogitarne insieme qualcuna nuova.
Una casa colonica offre infinite possibilità: sulle balle di paglia si può fare la capanna, con le piante del granoturco, usate a mo’ di lancia, si possono fare le battaglie e giocare alla guerra, saltando giù dal fienile con l’ombrello aperto si può simulare il paracadute, se poi l’ombrello si rompe (come quasi sempre) per sfuggire alle sgridate della mamma si può fare finta di averlo dimenticato, senza sapere dove.
A quel tempo nella grande aia della cascina del Cichin c’era un grosso melo che in estate,  faceva  una quantità di piccoli frutti trasformabili in proiettili micidiali quando, in assenza dei genitori, tutti nei campi a lavorare, in casa si radunava la banda degli amici per giocare agli indiani o a ladri e carabinieri.
Il fortino era quasi sempre sui “balòt”, la paglia del grano imballata. A tentare la gola c’erano poi i frutti della vigna, le ciliegie, l’uva, le prugne, le pesche, ai quali dare l’assalto anche se non erano ancora maturi. Ma c’era il nonno Pinot, benché vicino ai novanta sempre lì a fare la guardia. Ad eludere la sua sorveglianza, Gianni organizzava le spedizioni con tanto di palo e di segnali acustici, dato che il nonno, poverino, era sordo e l’impresa fruttava sempre qualcosa da spartire.
Se il tempo era cattivo o addirittura nevicava, allora Gianni e gli amici si rifugiavano nella stalla a fare la lotta sul “pajun” che era una specie di giaciglio fatto con la balle di paglia coperte da altra paglia sciolta, sul quale i contadini riposavano nelle ore invernali libere dai lavori.
In queste marachelle infantili, Gianni ebbe sempre un ruolo di primo piano, era quello che una ne faceva, mentre due ne pensava.

A scuola “Mignin”

Nel 1951 inizia le sua avventura scolastica, la “Prima mignin”, come dicevano i Piemontesi e le maestre lo ricordano come alunno un poco “farfuj” ma volonteroso e intelligente. Appena tornato a casa, prima ancora della merenda svolgeva i compiti e per studiare le lezioni gli bastavano poche letture del sussidiario per ricordare. Studiava volentieri e sin da allora manifestava la poca inclinazione a seguire il lavoro paterno dei campi.
“Di andare in campagna”, cioè di lavorare nei campi non aveva voglia. Tuttavia qualcosa nei campi di fagioli e nei prati lo faceva anche lui ed appena gli fu permesso, preferiva guidare il trattore che papà Cichin aveva comperato.
Gianni si sentiva più portato allo studio, dove riusciva bene; sfogliando le sue pagelle troviamo quasi tutti 8, 9 e 10 che lo ponevano tra i primi della classe. Mai il primo però, perché c’era sempre Albino a rubargli il primato. Tutti i suoi quaderni sono ordinati e puliti, scritti in bella calligrafia, caratteristiche che non perderà mai anche quando scriverà dalla foresta Boliviana nelle tarde ore di notte.”  
Nel 1954 vince due  medaglie d’oro nei concorsi di catechismo parrocchiale e diocesano. Ormai fa il chierichetto e frequenta assiduamente le funzioni religiose servendo anche tre Messe al giorno, alzandosi alle cinque del mattino, anche d’inverno quando la chiesa non era riscaldata.
Gianni lo troviamo anche all’Oratorio a tirare calci al pallone o giocare a biglie con i coetanei.

La  vocazione che sorprende i genitori

Nel 1956, terminate le scuole elementari, in considerazione della sua predisposizione allo studio, mamma Teresa e papà Cichin pensano di fargli proseguire le scuole e lo vogliono mandare in collegio, dai Salesiani di Torino.
Una sera, dopo cena, i genitori gli prospettano il loro progetto, ma Gianni ne ha già uno suo e risponde “Io a Torino non ci vado, voglio andare in seminario, farmi prete, perché c’è bisogno di preti”
Mamma Teresa e papà Cichin si guardano come per interrogarsi. Nonno Pinot, rannicchiato vicino al focolare, osserva l’ultima brace crepitare…Anche tanti anni fa, un suo figlio, zio di Gianni, aveva detto così ed è diventato parroco in un paesino della Valsesia. Mamma Teresa, che pure ha la parola facile, stavolta non sa che cosa dire, non può credere che quel folletto possa diventare prete. Poi risponde “Ma vah!, se tu diventi prete io vado a Roma a piedi”
Infatti Gianni non diventerà prete, ma questo non dipenderà da lui.
Gianni è testardo in tutte le cose in cui crede ed insiste. I suoi genitori, vedendolo così convinto acconsentono a mandalo in seminario almeno per un anno, ma senza troppa convinzione,  e dopo un anno un altro, finché anche i genitori finiscono per convincersi che forse un giorno vedranno il loro Gianni celebrare la Messa.  
Gianni, dunque, un giorno d’autunno, tra bauli del corredo, entusiasmo misto a timore per la nuova avventura, passando sul tappeto scricchiolante di foglie secche del viale, entrò nel Seminario Minore di Moncrivello.
Lì, altre facce di giovani chierici saluggesi lo accolgono con il fare benevolo di chi la sa già lunga ed il cuore di Gianni si allarga un po’.
I giorni trascorrono monotoni, ritmati dalla campanella, coloriti a volte dalle immancabili marachelle dei ragazzi e dalle accesissime patite di calcio (Gianni gioca nella “Nazionale”, del Seminario naturalmente) e ravvivati  dalle viste di  mamma e papà che ogni domenica, in bicicletta, vanno a trovalo portandogli la merenda e per sentire da lui e dagli insegnanti come vanno gli studi.
Il Seminario è una scuola non parificata e Gianni sostiene come privatista gli esami di terza media all’Istituto S. Giuseppe di Vercelli portando la materia di tre anni; supera poi gli esami di quinta ginnasio a Torino con ottima votazione. Ora può passare al Seminario Maggiore di Vercelli per terminare gli studi liceali.

La vestizione
 

A 15 anni, in un giorno di maggio del  1960, attorniato da genitori, parenti ed amici, Gianni veste l’abito talare.
Anche se si dice che l’abito non fa il monaco, per Gianni che ha preso così sul serio la via del sacerdozio, quell’abito è l’ultimo segno che fa di lui un prete, anche nell’ aspetto esteriore.
Così vestito passa per il paese serio e senza soggezione fra quelle persone  che lo hanno  visto giocare e fare marachelle e la gente commenta “E’ già un prete belle fatto!”.

A Saluggia, durante le vacanze, Gianni insegna ai chierichetti a servire Messa e si rivela buon organizzatore, che sa stare al centro delle situazioni anche per le attività dell’Oratorio.
Nel Seminario Maggiore  di Vercelli si trova presto a contatto con i problemi della Diocesi, conosce persone, situazioni, problemi prima ignorati.
Gianni ascolta, osserva, medita, ma soprattutto studia.
Il Seminario a quel tempo, era ancora organizzato con i metodi preconciliari; si doveva soprattutto imparare, si poteva  anche discutere, ma senza superare certi limiti e soprattutto non “contestare”; bisognava insomma seguire i metodi conservati nel tempo. Difficile cogliere in questi anni di rigida disciplina, le qualità di Gianni se non quelle di dedizione allo studio e di generosità verso gli altri.
In questa situazione Gianni matura una sua personalità che si va consolidando, che esprime nelle amicizie verso i compagni in difficoltà e nelle varie attività relazionali. La vita del seminario allora non consentiva l’intraprendenza in tante iniziative, Gianni mordeva il freno e borbottava critiche sulla struttura antiquata che andava cambiata.
Intanto era diventato segretario e bibliotecario del Circolo Missionario e redattore di un giornaletto scritto e stampato dai chierici. In estate, dopo il mese di vacanza che si doveva trascorrere tutti insieme in valle d’Aosta, Gianni andava al centro assistenza di  Re  a prestare aiuto agli ammalati.

La svolta per diventare aquilotto

Il 1964 è un anno importante per Gianni che ha ormai 19 anni e sta per iniziare gli studi teologici, ultima tappa del suo progetto che ha come meta il sacerdozio.
I superiori e gli insegnanti sanno che questo è un passaggio determinante e stanno attenti per cogliere in Gianni tentennamenti e dubbi che sarebbero anche comprensibili per chi sceglie una strada cosi importante e impegnativa, ma Gianni si dimostra sicuro di sè e deciso a tirare avanti, sì da sembrare addirittura impenetrabile e geloso della sua scelta.
Perché?
Forse che per lui il sacerdozio era il mezzo e non il fine, il mezzo per avere l’investitura, il titolo, il mandato per poter praticare e diffondere il Vangelo dell’amore portato da Gesù Cristo. Per portarlo nel mondo degli oppressi e degli emarginati, dei soggiogati dai poteri e dall’ignoranza, per trasformare la disperazione di tanti emarginati, in impegno e speranza per una vita migliore.
Ma forse, l’apparente impenetrabilità che dimostrava in questi anni di definizione dei suoi convincimenti era solo una forma di autodifesa della sua impegnativa scelta che si stava consolidando, per evitare di essere influenzato dalle scelte di alcuni suoi amici e  compagni di studi, anche compaesani, che in quegli anni decisero di lasciare il Seminario per intraprendere altre vie.
Gianni va a compiere i nuovi studi nel Seminario di Rivoli, vicino a Torino. Lì trova un ambiente diverso, più aperto alle novità, più confacente ai giovani che devono uscire, andare nel mondo, fuori da quello steccato che storicamente aveva circondato le parrocchie con i buoni dentro e gli altri fuori (come diceva don Mazzolari) e nemmeno crogiolarsi nei cenacoli come quello del Vangelo quando Cristo apparve agli apostoli dicendo, anzi ordinando, loro “Andate!” andate fuori a portare il mio comandamento:: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”.

Gianni e la rivoluzione studentesca del 68

Quello del Seminario di Rivoli è un ambiente in cui si cominciano ad avvertire i messaggi innovativi del Concilio Vaticano II, favoriti dall’impronta impressa dallo straordinario Cardinale, da poco pastore della Diocesi, più comunemente chiamato Padre Pellegrino.
Un cardinale sensibile ai cambiamenti che stanno avvenendo nel mondo del lavoro, della politica, della cultura, della scienza, delle mode  e dell’economia e consapevole che una fede  basata solo sulla tradizione del “si è sempre fatto così”, non può reggere all’urto con le novità.
Soprattutto, la società opulenta della “pancia piena” che si sta formando nel mondo occidentale basata sullo sfruttamento e sul lucro, non può e non deve ignorare la povertà e la disperazione di milioni di poveracci del cosiddetto terzo mondo che ogni giorno muoiono di miseria e di malattie. E’ in questo mondo di disperati che deve essere portato il pacifico ma allo stesso tempo rivoluzionario messaggio di Gesù Cristo, della giustizia, dell’impegno e della speranza.

Per questo, Padre Pellegrino ha sempre sostento, anche nel Concilio Vaticano, lo sganciamento della Chiesa da tutti i i poteri temporali e dal prender parte, più o meno occultamente, alle mischie politiche, per parlare solo alle coscienze perché  solo una chiesa veramente libera da ogni sorta di legami dai poteri terreni, può avere titolo e credibilità per parlare di Cristo a coloro che hanno più bisogno di giustizia, di solidarietà e di speranza.
Alcuni chierici, amici di Gianni, vanno a lavorare in fabbrica e nei cantieri, mentre in Seminario si discute e si dibattono i nuovi problemi, parlando con studiosi ed esperti, ma anche con i baraccati e i disoccupati. Gianni ascolta, vaglia tutto e…assimila, non si lascia mai andare a facili giudizi né a improvvisati entusiasmi, ma i problemi dei poveri e degli immigrati lo affascinano. Nelle discussioni, spesso accese, con i compagni non si “sbottona” tanto, ma agli amici coi quali ha più confidenza, confida di avere scoperto una nuova dimensione dei cristianesimo, quella più umana dove la Chiesa ha ancora tanto da fare.
Gianni scopre che ci sono vasti settori a lungo ritenuti refrattari se non ostili alla religione di Cristo, che in realtà non lo sono, perché hanno identificato una chiesa coinvolta nelle ingiuste ed a volte oppressive istituzioni del potere economico e politico, strutture nelle quali la chiesa era, ed è ancora coinvolta.
E’ gente assetata di giustizia, di eguaglianza e d’amore, disponibile a ricevere il messaggio di Gesù Cristo, come il campo arato è ansioso di  ricevere il seme, ma dove la Chiesa non ha ancora seminato. Ed in questo senso Gianni si sente sempre più Chiesa e per lui c’è un solo motivo che può reggere la scelta di fare il prete: prendere il Vangelo sul serio, nel suo autentico significato, spoglio dall’ovatta addomesticante posta da chi aveva interesse ad occultarne la sostanza, con vantaggio di pochi e danno di tanti.
E Gianni onorerà questa scelta fino in fondo, pagandola con propria vita.
Quello di Rivoli è un anno di contatti, di esperienze, di studio e di verifiche.

A Vercelli, cambiato

Quando torna a Vercelli Gianni è cambiato. Tutti gli amici lo notano, adesso ha qualcosa da dire, da proporre. Nelle discussioni rivela aspetti e sicurezze prima sconosciuti (forse anche a lui stesso). A volte, sembra addirittura aggressivo. Ma nei confronti dei superiori e degli insegnanti rivela una virtù che non passa inosservata, quella del rispetto e dell’ubbidienza: discute, si appassiona, ma per lui l’ubbidienza ai superiori non è mai in discussione. E’ anche brillante ora e pare disposto a rischiare di più il confronto; gli permettono di farlo la sicurezza e le convinzioni che ha maturato.
Anche il Seminario di Vercelli si rinnova completamente. L’insegnamento è affidato a professori più giovani, particolarmente sensibili ai nuovi problemi. Gianni ora gode del nuovo spirito che anima il Seminario e aderisce a tutte le iniziative che si prospettano. Gli studi si fanno più impegnativi e Gianni supera tutti gli esami con buoni risultati ma, pur avendo a cuore lo studio, è sempre molto attento a quanto succede fuori dal Seminario, nella Chiesa e nel mondo.
Avverte il travaglio che attraversa la Chiesa per rispondere alle esigenze di un mondo in rapido cambiamento, per adeguarsi ai tempi, mantenendo tuttavia integro il messaggio evangelico, ed è convinto che è anche compito dei giovani preti operare per liberare la Chiesa dai tanti legami terreni, inutili e dannosi. Ma Gianni è anche un cultore dell’ordine e della disciplina e li vorrebbe anche in questa pacifica rivoluzione.
A Vercelli è presto cerimoniere dell’Arcivescovo Mons. Albino Mensa che accompagna in tutte le grandi solennità con ordine e precisione, ma è sempre più attratto dall’attività pastorale dove si concretizza la missione evangelica A cosa servono, se no, i dogmi, i sacramenti, i precetti e tutta l’attività ministeriale del sacerdote se l’umanità prediletta del popolo di Dio, gli emarginati, i malati, i perseguitati non conoscono l’amore che Gesù Cristo ha portato specialmente per loro?
Come dimostrerà in seguito, Gianni desidera sempre più avere a che fare con loro; sente forte l’imperativo di Gesù agli Apostoli nel Cenacolo: “Andate”, andate fuori, non dove si sta comodi, dove siete rispettati e avete benefici terreni sicuri, ma con quelli che, per diversi motivi, stanno male e se starete male con loro e per questo sarete derisi da quelli che stanno bene, sappiate che sarete nel giusto.
Gianni desidera accettare l’invio, subito, prima ancora di farsi prete. Si, Gianni non è più quello che si riteneva fosse fatto per la Curia

L’operazione Mato Grosso

Quando anche in seminario si stabilisce la settimana corta, Gianni va al Villaggio Concordia di Vercelli a lavorare con i giovani emarginati., Li trova don Regge parroco di una parrocchia che non aveva nemmeno la chiesa. Qui Gianni si rivela un realista, sta in mezzo alla gente, parla ma soprattutto lavora.
Poco dopo riceve il suddiaconato che gli permette di partecipare, con nuove mansioni  alla celebrazione della Messa; un altro importante gradino verso il sacerdozio.
A casa ora lo si vede raramente, qualche capatina con la macchina di Don Regge per accontentare papà e mamma e forse anche se stesso. Non è facile abbandonare papà e mamma, anche se lo si fa per servire Dio.
Un giorno in Seminario si parla di una certa operazione da compiere nelle foreste sconfinate dell’America Latina: Bolivia, Brasile…si chiama “Operazione Mato Grosso”.
Si tratta di giovani che raccolgono le briciole della società del benessere (la nostra), e vanno a portarle nel Mato Grosso in Brasile ma anche in altre zone del cosiddetto terzo mondo, dove la povera gente non riesce a sfamarsi, non sa coltivare la terra, non sa leggere, non gode di alcun diritto, è solo sfruttata e muore di fame e di malattia.
L’Operazione Mato Grosso ha avuto origine quando un prete missionario salesiano,  Don Pietro Malesi, dopo dieci anni di missione tornava in Italia e con la faccia marcata dalla sofferenza più che con le parole, raccontava a diversi giovani la necessità civile ma soprattutto cristiana, di fare di più per quelle popolazioni che soccombono sotto il peso dell’ignoranza, dello sfruttamento e della miseria.
L’appello è accolto da altri preti e molti giovani s’impegnano per raccogliere fondi e materiali di prima necessità. Studenti, insegnanti, operai e artigiani si organizzano per partire.
Sono gli anni in cui, in Italia,  si parla  di miracolo economico, ma per molti lavoratori e studenti questo tipo di sviluppo basato sul dominio delle oligarchie, sullo sfruttamento delle masse operaie e degli emarginati non basta.
Occorre qui ricordare che si è nel 1967, anno che ha visto in Europa e anche in Italia il dilagare di quel fermento giovanile che nel 68 è poi sfociato nella cosiddetta rivolta studentesca (i sessantottini), che può essere valutato in tanti modi, ma che tanti giovani, compresi i seminaristi, hanno interpretato e vissuto nel modo migliore.

I fermenti a Saluggia

Nel luglio 1967 ventuno di questi giovani anche seminaristi, s’imbarcano sull’Enrico Costa e partono per l’America del sud. Molti amici sostengono l’iniziativa dei questi giovani, generando una protesta che si fa partecipazione, in altre parole, “fare” anziché “dire”
La stampa ne da notizia e la gente ne parla, molti bene, ma per molti è una goccia nell’Oceano che serve a sprecare soldi senza dare risultati concreti.
Anche a Saluggia c’è fermento, specialmente tra i giovani dell’Oratorio. Il 1967 è anche l’anno in cui i giovani dell’Oratorio, insieme ad altre persone sensibili ai problemi sociali danno vita a quell’esperienza politico amministrativa chiamata Comunità Nuova che nel 1970 sconfiggerà il partito della Democrazia Cristina che allora dominava e amministrerà il paese per quindici anni realizzando alcune iniziative che passeranno alla storia: la Cascina Primavera, il Prestito Obbligazionario del Comune con il quale, tra l’altro,  è stato comperato l’immobile Appiani, il Progetto Giovanni durato tre anni e selezionato poi come esempio dalla Fondazione Seveso di Milano per le politiche della Comunità Europea. Di Comunità Nuova è anche l’acquisto della Casa Faldella ed il locale Polivalente di S. Antonino.
E sono i giovani dell’Oratorio a far nascere a Saluggia il gruppo che, denominato “Mani Tese”, collaborerà con l’Operazione Mato Grosso. O.M.G.)
A Saluggia si inizia, con varie iniziative, la raccolta dei fondi da consegnare ai volontari  che partono. E’ una testimonianza nuova e importante per il suo significato intrinseco, ma anche perché appare sempre più un’operazione giovane fatta dai giovani, sganciata dalle tradizionali opere che consistevano nel dare le consuete mille lire nella giornata missionaria.
Vi sono anche alcuni benpensanti che si chiedono perché andare cosi lontano quando esistono in Italia tanti  problemi da risolvere, ma i giovani rispondono che altrove vi sono problemi ben più gravi, tali da pregiudicare l’esistenza di quella gente abbandonata da tutti: dallo Stato, dalle autorità locali ed anche dagli enti benèfici. Altri suggeriscono di non sprecare i soldi del viaggio ma di mandarli direttamente ai bisognosi, ma i soldi laggiù non si è mai sicuri che arrivino e, se arrivano, sono spesi male dagli stessi beneficiari. Il lavoro invece è un investimento sicuro perché quella gente non ha solo bisogno di soldi ma soprattutto di testimonianza e di insegnamento per imparare ad applicarsi, a  lottare anche contro le ingiustizie e le oppressioni, ha bisogno di speranza.


Le prime testimonianze che turbano le coscienze

Uno di questi giovani, studente universitario, dal Mato Grosso scriverà sul Bollettino Salesiano: “Il lavoro è duro, un’esperienza molto seria. Per noi intellettuali borghesi curvare la schiena sotto i sacchi di cemento e portare carriole di sassi in mezzo al fango, con tutte le nostre teorie rivoluzionarie, fa tirare fuori la lingua e caschi per terra”.
E un altro: “Io penso che qui c’è veramente Gesù Crocifisso. Io penso che se andassimo in Paradiso a cercarlo, San Pietro direbbe che Gesù non c’è perché è qui tra i poveri e i disperati che lavora, che soffre, che conforta e asciuga le lacrime di quelli che piangono”.
Di tutto questo all’inizio si parla anche in Seminario e la novità attira l’attenzione di molti chierici fra i quali, Gianni.
Nel 1968 era uscita l’Enciclica del Papa  che parlava di opulenza.

 “Mani Tese” ed i miracoli dell’amore.

 
Alcuni decidono di non restare impassibili: anche se mancano i soldi, i materiali e non si sa nulla della loro lingua, stando vicino a questi infelici, dicono,  possiamo far sentire  che noi li amiamo, che non sono abbandonati e che possono ancora sperare. Un chierico comunque ha già deciso, è Luigino, che diventerà poi il famoso Don Luigi Locati dell’Ara Vecchia di Vercelli, sostegno, oltre ogni speranza, dei drogati, dei barboni e diseredati, e disperazione delle Forze dell’Ordine che se lo troveranno sempre tra i piedi a spiegare i perché, che per gli altri sono difficili da capire.
Don Luigi, meglio conosciuto come Luigino, barba e capelli  lunghi, incolti, è morto di un brutto male nel 2002.
Don Luigi è da alcuni mesi in un lebbrosario della Bolivia ad assistere i lebbrosi. Al ritorno racconta: “Una cosa impressionante, 200 lebbrosi, senza assistenza dove il medico non entra ma si ferma in portineria.” Occorrono soldi. Gianni, che in cuor suo già coltiva la scelta missionaria che farà tra poco, si appoggia al Gruppo saluggese di Mani Tese, ora tutti raccolgono carta per venderla e dare soldi a chi parte. La raccolta è fatta casa per casa e non solo a Saluggia ma anche a Crescentino e Fontanetto Po. Il bottino è enorme, Gianni è felice, un po’ meno lo sono i suoi genitori che, per lungo tempo si vedono la travata invasa da pacchi, pacchetti e malloppi di giornali unitamente a carta di tutti i  generi. Anche quando la carta sarà venduta, in casa del papà Cichin ogni tanto arriverà qualcuno a posare sotto la travata un pacco per il Mato Grosso.
Gianni studia, lavora e intanto medita.

Gianni Diacono, ora vuole volare

Il 24 maggio 1969 Gianni riceve il Diaconato, l’ultimo passo prima dell’Ordinazione Sacerdotale.
Ora può anche battezzare e predicare. Mamma Teresa e papà Cichin hanno assistito alla cerimonia, già sognando in cuor loro l’altra cerimonia, quella della definitiva ordinazione.
Al termine della cerimonia tutti tornano da Vercelli la sera, in tempo per partecipare alle nozze di Luigi, cugino di Gianni.
Gli amici lo apostrofano: “Allora sei proprio deciso?” Lui ride, ha la bocca piena di “dus dla grëmula” (specialità di Saluggia). Se è deciso lo vedranno.
Mamma Teresa non sa che non andrà a Roma a piedi per adempiere la promessa, non per cattiva volontà del suo Gianni… Povera mamma, non sa ancora che il pellegrinaggio che Dio vuole da lei è molto più doloroso che non recarsi a Roma a piedi. Forse andrà in pellegrinaggio, sì, ma non a Roma dove vanno i pellegrini comuni, dove vanno i turisti incuranti dei guai altrui, dove vanno gli uomini che possono molto e, spesso, fanno poco. Il pellegrinaggio di mamma Teresa sarà un pellegrinaggio che si ripeterà ogni giorno mentalmente, da Saluggia fino a laggiù, nella sterminata boscaglia di una nazione di cui, fino a poco prima, a mamma Teresa era sconosciuto anche il nome..
Ma adesso ci sono gli sposi da festeggiare e si deve fare festa, ma si parla anche della Bolivia per la quale Gianni ha ormai deciso di partire.
La notizia dilaga come un fulmine a ciel sereno. Inutilmente i genitori hanno cercato di dissuaderlo: “Devi prender Messa, finire gli studi…e poi, e poi… ma sono cose da pazzi …Chi ha mai visto cose simili. Appunto, da pazzi.
Cristo non l’hanno forse condannato anche facendolo passare per pazzo? Sono le pazzie dell’amore, dell’amore di Cristo, e qui se uno non è pazzo…chissà come sarà nel giorno del Giudizio?
Gianni è uno che pondera prima di decidere, ma quando ha deciso…I genitori lo sanno e si rassegnano, in fondo si tratta di pochi mesi….Ma perché fino laggiù? Perché adesso?
Gianni sa benissimo di non sapere niente di Bolivia e di come affrontare i problemi di quella gente. Sa solo che la c’è gente che ha bisogno, bisogno di tutto. Si scopri ranno poi alcune cartine della Bolivia, zona di Sagrado Corazon, disegnate di sua mano, segno evidente che lui si stava preparando da tempo. Ora ci vogliono i soldi e si ricomincia con maggior lena la raccolta della carta, ma non solo. Alcuni privati toccati dalla sua generosa disponibilità, gli forniscono i soldi necessari.


La macchinina rossa

Finalmente Gianni parte. E’ in 7 luglio 1969.
La sera precedente saluta gli amici ed i parenti, ad uno ad uno. Tutti vogliono avere presto sue notizie, sperano di rivederlo presto. Come sono ciechi gli occhi del mondo. Quante azioni e  parole inutili è costretto a fare l’uomo per la sua meschinità. Non sanno che quello che Gianni sta per fare è un viaggio senza ritorno, un viaggio che Dio ha lasciato decidere al suo servo, ma del quale si è riservato la conclusione.
I cuginetti Paola e Livio quella sera, dopo “Carosello”, non vogliono andare a dormire per aspettare  Gianni, lo vogliono salutare. Non solo salutare: in una borsetta di plastica hanno messo alcuni loro giocattoli. Sono soldatini, ciondoli, macchinine, bambolette. Li vogliono mandare a qualche bimbo di Sagrado Corazon dove, hanno sentito dire, i genitori sono così poveri che non comprano mai niente ai loro bambini. Livietto ha esitato a lungo prima di mettere la sua macchinina rossa nella borsa (quella che va più forte) ma poi, il pensiero di quel bimbetto senza giocattoli, in quel paese lontano, ha finito per convincerlo.
Arriva Gianni a salutare, Paola e Livio gli presentano la borsetta ma Gianni, nella valigia non ha più nemmeno un piccolo spazio e sta per rifiutare, ma intuisce la delusione dei due bimbi e viene a un compromesso: ne sceglierà solo qualcuno e fa la cernita, quattro o cinque al massimo e, fra questi, la macchinina rossa.
Livietto arriccia il piccolo mento, un nodo gli sale in gola e gli occhi si fanno lucidi, manda giù saliva ma riesce a non piangere. Aveva sperato che per un attimo che la macchinina rossa non fosse ancora perduta…  

L’Aquilotto in Bolivia: destinazione Sagrado Corazon

L’11 luglio Gianni è a San Paolo del Brasile e il 12 in Bolivia nella Scuola Salesiana della Muyurina. Il giorno dopo è domenica e con i suoi compagni va a visitare il lebbrosario fuori dalla città. Ne descrive la situazione disumana. Da questo momento possiamo ricostruire la vita e l’esperienza di Gianni attraverso le lettere che invia ai genitori, ai parenti ed agli amici.
Finalmente il 19 il gruppo parte per la località di destinazione: Sagrado Corazon (Sacro Cuore). Non è un villaggio, ma solo un luogo, dove altri  (non dice chi) tempo addietro avevano cominciato a costruire capanne che ora hanno solo il tetto di paglia; la gente vive sparsa nella foresta circostante.
Arrivano sopra un camion di fortuna preso in prestito, sopra il quale hanno caricato i loro bagagli personali, gli attrezzi di lavoro, i viveri  e anche la cucina. Per strada si fermano ancora a caricare delle assi che quasi non stanno più loro sul camion, che sono ben 15. Dalla Scuola della Muyurina alla destinazione hanno impiegato 5 ore: per fare 80 chilometri, 50 di strada asfaltata ma stretta e 30 in terra battuta piena di curve, buche e animali allo stato brado.
Arrivano alle 19, quando ormai è buio e per quella notte dormono tutti nella foresta, all’aria aperta, sotto un tetto di paglia con un’assicella. per materasso.
Li ha accompagnati un Confratello della Muyurina, quello che ha preparato il loro arrivo e scelto il posto per lavorare, che il giorno dopo li mette in contatto con gli indios del posto. C’è anche il pozzo dell’acqua, profondo 170 metri messo in funzione,non dice da chi, forse dai missionari della Muyurina in previsione del loro arrivo. Il pozzo è importante poiché gli abitanti che vivono nella foresta bevono l’acqua di un fiumiciattolo o quella piovana delle pozzanghere dove passano anche i camion e gli animali.


Dormire sulle assicelle e fare il muratore

In pochi giorni il gruppo mette delle assicelle per chiudere le capanne e costruisce  anche i letti con quattro pali piantati in terra, sormontati da un’asse.

Scrive ai genitori che lì fa molto caldo, si beve come spugne e si suda molto. Scrive che, mentre scava la terra, la polvere si posa sulle gambe e diventa subito fango. Scrive che tutti si stanno adattando ad una vita senza giornali, senza televisione e senza cinema, ma che non ne sentono la necessità.
Il 29 scrive a Jon che manca tanta roba: assi, ghiaia, sabbia e loro non hanno ancora il camion per andarli a prendere. Spiega che si trovano in un terreno appena disboscato con i tronchi ancora in terra ed i ceppi da bruciare, intorno c’è la boscaglia fitta. Aspettano anche i mattoni e ci vuole molta pazienza. Quella della pazienza sarà una virtù che, con le altre, dovranno molto coltivare.     .    
Quando qui è Ferragosto scrive una lunga lettera all’amico Mario, che poi diventerà Sindaco di Borgo d’Ale, dice che forse domenica amministrerà un nuovo battesimo, spiega di sentirsi come un Diacono che fa il manovale, il falegname, il muratore. Fa le fondamenta per le costruzioni, fa anche la malta ma qui, dice non ci sono le betoniere come da voi!
Poi aggiunge che deve scrivere al Vescovo di Vercelli (usiamo le sue parole) “per dire come vanno le cose qui, insaponarlo un po’, e poi dargli la mazzata..” cioè chiedergli di fermarsi ancora un po’ di mesi in Bolivia. Gianni sa che il Vescovo, Mons. Albino Mensa, è restio poiché i sacerdoti scarseggiano e ce n’è bisogno di nuovi. Incarica Mario, allora seminarista come lui, di andare in avanscoperta dal Vescovo, per sentire che aria tira, prima di fare la domanda.
Poi chiede a Mario se ha saputo quello che è successo a Sacua, in Equador, dove lavoravano altri giovani dell’Operazione Mato Grosso. I bianchi hanno incendiato la Missione perché i missionari avevano ottenuto dal governo che fossero assegnate le terre ai Kivari  (contadini), 60 ettari di bosco per ogni famiglia. I Padri ed i ragazzi dell’O.M.G. si sono salvati buttandosi dalla finestra del secondo piano perché volevano bruciarli vivi.

Con gli indios di Sagrado Corazon

Poi lamenta che lì a Sagrado è difficile il contatto con la gente, perché è sparpagliata nel bosco. Però, domenica c’è stata la loro festa nazionale, l’hanno  festeggiata insieme ed insieme  hanno anche fatto una partita di calcio. Era poi sorto un grosso problema per loro poiché si trattava di acquistare il terreno sul quale costruire la scuola, la riseria, l’ambulatorio e occorreva l’equivalente di 100.000 lire italiane. Ma loro non avevano soldi. Allora i ragazzi di Gianni decidono di donarglieli e per evitare che l’offerta avesse l’aspetto della carità un poco pelosa, glieli hanno dati con la scusa di festeggiare la festa della Patria. Dice Gianni che bisognava vedere la gioia di quella gente. Uno di loro ha preso la parola per dire che “Noi non abbiamo nulla per ricompensare il vostro dono, quindi per ricambiare in modo concreto non ci resta che imparare da voi a vivere in modo più intenso la vita cristiana e la carità”  Piangevano tutti.
Dice poi a Mario, che era andato con due ragazze a far visita ad alcune capanne, tra parentesi aggiunge scherzosamente: “non pensare subito male!”, ed ha trovato tanta povertà, ma anche tanta cordialità.
Descrive, non senza un pizzico di giovanile ironia, come sono i ragazzi e la ragazze del gruppo che lavora.
Ci sono i tre Mario: il cassiere, il muratore rapido e il panatè. Bagigio, cosiddetto, che vende banane da tutte le parti. Alberto, architetto, ignorante idraulico, cioè non capisce un tubo. Pippo camionista. Luigi, uguale bergamin, ovvero perito agricolo, Bruno campesinho, Gianni, io, mezzo prete minatore. Valentino prete intero, campesinho. Aldo prete da poco (tempo). Poi ci sono le racchie, cioè le ragazze. Tiziana, urlatrice del gruppo, lei non parla, urla. Annamaria, cuciniera, padrona di casa che parla poco e piano, il contrario dell’altra. Finora ha procurato solo qualche ferita recuperabile con sali inglesi. Diana infermiera incaricata di far morire la povera gente. Paola, altra infermiera, crocerossina, incaricata di farci ammalare. Grazia, hermana (sorella) di Pier che dovrebbe fare assistenza sociale.
Chiude dicendo “Tanti saluti da tutto il resto di Israele (cioè da tutto il gruppo) dalla Bolivia, con sudore”.

La vita nella foresta

Il 17 agosto scrive ai genitori di essere andato per la prima volta nella città di Santa Cruz per fare spese, poi di essere andato  ancora nella foresta a visitare le capanne e di avere trovato tanta miseria  Il terreno sarebbe buono ma ci sono gli alberi e andrebbe dissodato, loro lo coltivano a riso, all’asciutto. Non avendo né fertilizzanti, né letame, viene una spiga qua e l’altra là, poi lo raccolgono a mano, una spiga per volta ed il raccolto, come si può immaginare, è molto scarso. Poi il riso lo devono vendere per prendere quattro soldi e, date le difficoltà per portarlo in riseria, lo tengono tanto tempo nelle loro capanne dove diventa pasto degli uccelli e dei topi. Anche per questo, tra i lavori che il gruppo di Gianni vuole fare c’è anche un magazzino. Anche nella vita religiosa c’è povertà estrema, il prete qui non lo vedono quasi mai. Per insegnare a queste persone  qualcosa, più che le parole, è necessario l’esempio di vita per far capire che cosa è il cristianesimo,  dando testimonianza personale e concreta, di carità, Questo scrive Gianni e aggiunge: “Quando il vento soffia dal sud la temperatura si abbassa da 25-30 gradi fin quasi a zero. Stiamo ancora aspettando l’arrivo di due muratori. – poi aggiunge, quasi a diversificare il discorso – Volevo specificare che i ragazzi sono in gamba ma le ragazze sono una frana. Quelle che lavano sono già riuscite a far sparire 15 paia di mutande (di cui 3 mie). I maligni dicono che vanno a venderle al mercato qui vicino. La cuoca non è ancora riuscita ad avvelenare nessuno, però ci manca poco.
Per l’anno prossimo propongo che ci venga qui qualcuno di voi. Le due infermiere si arrabbiano perché non sono ancora riuscite a farci ammalare.

Lo stato dei lavori

Siamo al 31 agosto quando Gianni scrive a Jon.
“I lavori sono avviati ed il ritmo è buono (povere le mie ossa). Cominciamo a vedere un po’ di mura. Penso che lavorando sodo potremmo portare a termine l’ambulatorio, il magazzino, l’aia per il riso e la scuola. Io ho già fatto un po’ di tutti i lavori ed ora faccio il “bocia”  (in piemontese: aiuto muratore). ma ogni tanto mi addentro anche nella foresta con ascia e macete , non per dare la caccia ai canguri, ma per tagliare alberi e ricavare pali per i ponti e le armature.
Qui  dovevano arrivare altri due volontari, ma non sono arrivati ed a settembre ne partiranno tre (e speriamo che siano solo tre)”
Poi Gianni spiega che con loro ora lavorano cinque uomini del posto e inoltre ogni settimana si danno il turno quattro o cinque studenti della scuola salesiana della Muyurina.
Poi chiede a Gion di sentire se a casa sua hanno saputo che a Poxoreu è morto un ragazzo dell’Operazione Mato Grosso e, se l’hanno saputo, dice di tranquillizzarli perché lì,  a Sagrado, non è che vi siano più pericoli che in Italia anche se è chiaro che se ne potrebbero verificare da un momento all’altro. E aggiunge: “Non vorrei che pensassero che qui viviamo in continuo pericolo”
Certo in quel momento Gianni era lungi dal pensare che la sua prematura fine sarebbe stata causata proprio da uno di questi pericoli imprevisti.
Poi saluta scherzosamente l’amico “Hasta la vista! (ignorante, vuol dire arrivederci)”.
A Don Ugo scrive l’8 settembre, approfittando di un momento di rilassamento causato dalla mancanza di cemento per continuare i lavori,  poiché non se ne trova nemmeno in giro. Racconta di aver partecipato con altri amici al Congresso dei Laici a Santa Cruz e di averlo trovato estremamente importante per conoscere meglio la Bolivia.

L’aquilotto ha le ali stanche

A Mario scrive il 18 stesso mese confessando di essere invece molto stanco e che la sera non vede l’ora di andare a letto. Dice che non gli piace guidare, ma ora che hanno il camion, si alza alle 4 del mattino; poi descrive la guida per quelle strade massacranti, in giro a cercare la roba che occorre per i lavori e il ritorno la sera a Sagrado, con le ossa rotte, al buio quando è quasi mezzanotte. Poi Gianni elenca le tante difficoltà per incontrare la gente sparsa nella foresta. Ma elenca anche i risultati sin lì raggiunti senza i quali, scrive, a quest’ora avrebbe già fatto le valigie. E, per certe voci che gli sono giunte che lo vedrebbero cerimoniere in Curia, commenta: “Ormai io sto vivendo la liturgia boliviana”.
Il 23 settembre Gianni scrive a Luigino e riporta il testo della lettera del Vescovo di Vercelli al quale aveva chiesto di fermarsi ancora. Scrive Mons. Albino Mensa: “Per quanto riguarda la tua permanenza non posso ancora dirti una parola definitiva. Per ora ti posso concedere che tu rimanga fino ad ottobre o novembre, cioè fino a quando ritorna il gruppo.”
Gianni prega Luigino di proporre al Vescovo la possibilità di assegnargli subito una parrocchia, ovviamente da viceparroco, ma che intanto il parroco aspetti fino al suo ritorno.
Non si sa se questo fu fatto, ma Gianni non avrà mai una parrocchia, dato che per lui i disegni di Dio erano diversi.
Ai genitori scrive della risposta del Vescovo, ma aggiunge che lui spera di potersi fermare fino a Natale. Dice che sta bene nonostante il caldo soffocante che arriva fino a 40 gradi e che, nonostante tutto, alcuni amici sono addirittura ingrassati.
A fine settembre, il 29,  scrive a Don Eusebio dicendo che lì tutti stanno lavorando intensamente nella speranza di portare a termine almeno l’ambulatorio e il magazzino. Terminare  la scuola entro Natale sarà difficile, date le tante difficoltà. La gente del luogo intanto sta sempre più prendendo coscienza dei propri diritti e doveri e sta facendo vita di comunità, non più vita isolata. Qui ci vogliono veramente bene tutti. A distanza ormai di due mesi si cominciano a vedere risultati importanti come quello di essere riusciti ad avvicinare le due razze di indios che qui vivevano separate. Ora grazie al lavoro fatto e all’opera dell’infermiera, i Kombas ed i Kamba cominciano a comunicare ed a lavorare insieme e questo è già molto.
Poi rileva l’aspetto molto positivo degli allievi della Scuola Agraria della Muyurina, che si alternano a lavorare con loro e così capiscono le motivazioni e lo spirito di quanto essi sono venuti a fare.

Gianni chiede di restare ancora

In relazione al tempo concesso dal Vescovo, il 29 settembre Gianni scrive a Luigino “Non vorrei essere pessimista, ma o dovrò fare quel che vorrò io o dovrò tornare a fine ottobre, come tutti gli altri. Ho scritto in proposito anche a Don Ugo ma non ho ancora ricevuto risposta. Poi aggiunge rammaricandosi. “Qui stiamo dandoci dentro con i lavori nel tentativo di finire, ma sarà difficile. L’ambulatorio ed il magazzino per il riso si termineranno, la scuola quasi certamente no. Tuttavia, col passar del tempo ci rendiamo conto che le costruzioni hanno un’importanza relativa. Importante è stata la nostra presenza qui e, direi quasi necessario un prolungamento di questa presenza da parte di qualcuno.
Gianni insisterà per ottenere questo prolungamento e lo otterrà dal Vescovo, ma sarà quello che gli costerà la vita.
A fine ottobre scrive ai genitori: “Ieri sono tornato da un giro nella capitale (La Paz) e dintorni. E’ una città grande e originale, basta dire che si trova a 4.000 metri di altezza. Abbiamo anche visitato alcune case dei salesiani ma è impossibile descrivervi tutto quello che abbiamo visto e che ci è servito per conoscere meglio la Bolivia perché fin’ora siamo sempre stati solo qui a Sagrado Corazon. Le piogge sono un problema anche per le costruzioni, quando dobbiamo viaggiare per caricare la sabbia e la ghiaia, se piove siamo fritti.
Termino perché è tardi. Vi chiedo scusa se non vi ho scritto per i vostri onomastici  ma vi assicuro che mi sono ricordato di voi durante la messa.

Primi raccolti e tante difficoltà

Il 25 ottobre scrive a Gion. “In risposta alla tua domanda io credo che il nostro lavoro serva a qualcosa, che stiamo già raccogliendo. Il primo risultato lo abbiamo ottenuto in infermeria. Abbiamo trovato un’ infermiera (carina) che per il momento paghiamo noi. In attesa che ci sia il beneplacito del Ministero della Sanità. Inoltre anche il dottore e il dentista di un paese vicino (40 chilometri), entusiasti del nostro lavoro,  si sono offerti di venire a lavorare gratis tutte le domeniche”.
Al cugino Giovanni, rappresentante del gruppo Mani Tese di Saluggia, che gli aveva chiesto indicazioni per mandare i contributi, Gianni scrive che sarebbe utile un torchio per pressare la canna da zucchero e ricavare il liquido dolce dal quale poi, fatto condensare, si ricava appunto lo zucchero. Dice che ci sarebbe la possibilità di prenderne uno d’occasione del costo (allora) di 200.000 lire, più il generatore di corrente che costerebbe 100.000 lire. Se l’operazione andrà in porto farà sapere come inviare i soldi.
Dice anche che in settembre i lavori sono rimasti fermi per oltre una settimana per mancanza di cemento che non si trovava da nessuna parte e per procurarsi  la sabbia si devono fare 250 chilometri e per la ghiaia 300 (andata e ritorno). Conferma poi che lì la gente è senza assistenza sanitaria e che non ci sono scuole per i bambini.  Informa pure di essere ancora in trattative con il Vescovo per fermarsi anche dopo Natale e che prossimamente manderà un articolo da pubblicare sul “Fischietto” il giornale di Saluggia, che va in tutte le famiglie.

Guardare non solo con occhi umani

All’amico Luigino scrive il 2 novembre ‘69 e confida. “Ti confesso che se c’è un pensiero che mi fa paura nella prospettiva di tornare in Italia, è l’idea di non potermi inserire in una comunità. Comunque mi accontento di vivere al presente questa meravigliosa esperienza, tra questa gente che, anche se con molti difetti ci ha insegnato tante cose. Se si guardano queste persone soltanto con occhi umani, sono solo dei bambini, ma penso che davanti a Dio siano veramente i poveri di Javé come tu dici. Non solo sono poveri, ma finora sono vissuti senza la possibilità di un’istruzione per i bambini e senza l’assistenza sanitaria. Ora le potranno avere entrambe e sarà il primo passo verso uno sviluppo maggiore, anche se la dignità umana non è data dal fatto di avere addosso una camicia.”
Il 16 novembre scrive ai genitori. Gianni è esultante. Ha ricevuto la lettera del Vescovo che lo autorizza a fermarsi fino a giugno dell’anno prossimo per poter completare le opere intraprese. “Forse a voi questo non piace tanto (che sto un anno lontano da casa) ma per quanto riguarda la mia salute non ci sono preoccupazioni, altri pericoli non ci sono. Lo stare lontano per un po’ di tempo fa si che ci si voglia più bene: io lo sento nei vostri confronti e degli amici. ..quasi tutti i giorni penso a voi e agli amici. Qui, da venerdì mattina, 14 novembre, sono rimasto solo …perché gli ultimi due compagni son dovuti tornare a casa prima. Comunque non sono proprio solo perché ora c’é un coadiutore salesiano e poi c’è anche la gente. Quando ho detto alla gente di Sagrado che me ne andavo mi hanno detto che mi avrebbero legato. A me non è il lavoro che chiedono, ma la presenza, la presenza di uno che condivida con loro la vita da povero o che semplicemente stia con loro.” Poi Gianni aggiunge una nota pittoresca. “Vi dico una cosa importante ma vi prego di non arrabbiarvi: giovedì 30 ottobre sono andato dal parrucchiere, mi pare che l’ultima volta fosse stato a fine giugno, fate voi i conti! La barba, l’ultima volta, forse l’ho fatta a fine maggio. Cosa volete, mi sono portato dietro il rasoio elettrico, ma qui nella foresta non c’è l’elettricità.”

Il disagio di sentirsi ricco in mezzo ai poveri

All’amico Gim 10 dicembre.
Gianni è preoccupato, lo informa del fatto che da circa sei mesi gli abitanti del luogo hanno venduto ad una riseria tutto il loro riso e non sono ancora stati pagati. Ora  mangiano anche il poco riso che si erano tenuti per seme e rischiano di non avere di che seminare per il prossimo anno. Dalla riseria continuano a dire “domani”.
Scrive: “Sapessi com’è difficile diventare uno come loro. Qui mi vogliono tutti bene, ma di fronte a certe situazioni mi sento come un ricco in mezzo ai poveri. E’ vero che qui vivo in una capanna pressapoco come loro, con fessure dove può entrare una mucca e pavimento di terra, ma sono sicuro che domani e dopodomani io mangio, mentre loro…
L’altro giorno una decina di loro sono andati in riseria sperando che arrivasse il padrone con i soldi per pagare il riso, ma nulla…Hanno solo fatto lo sciopero della fame perché sono partiti da qui senza soldi e senza viveri.
Io avevo già pensato di dare a loro un po’ di soldi, ma sono stato troppo lento a decidere e loro sono stati costretti a chiedermeli “per favore”. Sapessi come sono rimasto male. Lo sforzo che faccio è quello di dimostrare a loro che non siamo venuti qui per fare la carità ma per aiutarli a risolvere i loro problemi. Continua Gianni: tutti insieme possiamo fare qualcosa perché dopo 2.000 anni Gesù Bambino non è ancora nato per tutti; se non ci amiamo tra noi non possiamo andare dal Padre.
Nello stesso giorno scrive a Mons. Varese, Rettore del Seminario di Vercelli.
Dice che la notizia più importante è che, anche grazie a loro, si potrà fermare lì a Sagrado fino a giugno.
Questo è il permesso concesso dal Vescovo, diverso da quello di Dio che, come si saprà, scade invece il 29 aprile.

Un Natale in solitudine

Gianni dice che la vita in comunità con gli altri volontari  è stata meravigliosa, ma ora che sono tutti partiti si sente solo. Poi accenna alla vita con gli indios della zona e chiede a Dio di vivere secondo il Vangelo.
Ai genitori manda gli auguri di Natale così:
“Carissimi, sto imparando che Natale non è fare poesia intorno a Gesù Bambino. Natale è rendersi conto che Cristo si è fatto uomo per portare alla salvezza gli uomini. Ma in alcuni posti Cristo non è ancora nato perché gli uomini non hanno ancora raggiunto la dignità umana…perché qualcuno non ha voluto prendere il posto di Cristo per aiutarli.
E’ vero che qui si è fatto qualcosa, che io sono cristiano, ma non basta. Cristo si è incarnato per farci conoscere il Padre ma anche perché al mondo ci sia giustizia, pace, amore, perché gli uomini si considerino fratelli non solo a parole e quando è facile, ma sempre. Questi sono un po’ i motivi che mi hanno portato qui in Bolivia”
Per Natale agli amici, dopo alcuni cenni sulla situazione dei lavori e sulle peripezie varie che ha incontrato, scrive “L’augurio che faccio per Natale è che ciascuno di noi, in qualunque parte e condizione si trovi, non si chiuda mai nell’egoismo di una vita comoda, dimenticando gli altri. Cristo è venuto per tutti gli uomini e non ha guardato in faccia a nessuno per fare il bene. Il nostro lavoro, se veramente crediamo a Cristo e al valore dell’uomo, è di portare avanti l’opera di redenzione e di miglioramento del mondo in tutti i modi possibili. Non possiamo pregare Gesù Bambino se non crediamo nei fatti, a quanto lui ha detto. Soprattutto se non crediamo nel valore della solidarietà tra gli uomini come lui è venuto a predicare.
Se vivremo questo, anche l’augurio per un migliore anno nuovo avrà un senso se no saranno solo parole che lasciano il tempo che trovano.
Poi ad una amico, non indicato nella lettera, Gianni scrive della sua solitudine dopo la partenza degli altri e di essere stato tentato di andare in Brasile per unirsi ai volontari rimasti dell’Operazione Mato Grosso, fino all’arrivo dei nuovi a Sagrado Corazon. Ha deciso invece di restare perché ha ritenuto utile garantire la continuità della presenza tra gli indios, lì a Sagrado. Chiude scrivendo: “Comincio a scrivere male, è segno che sono stufo e che ho sonno”.
Il 12 dicembre scrive ai genitori dal Brasile dov’è andato solo alcuni giorni per scambiare qualche idea con Mario di Borgo d’Ale, colà impegnato nella stessa Operazione Mato Grosso.
Gianni spera di essere a casa per la metà di giugno.
Ma a casa non farà mai ritorno.
All’amico Aldo, uno di quelli tornati a casa,  scrive che restare solo è tanto difficile per il lavoro, dato che si trova a prendere decisioni senza poter contare su uno scambio di idee con gli altri.

L’inconsapevole preveggenza

Passano le Feste Natalizie che Gianni trascorre con gli indios ed il 21 gennaio scrive ai genitori
“Il fioretto a Gesù Bambino offritelo per questa gente che aspetta i soldi del riso e non è sicura che riuscirà a prenderli. Non ha nessun mezzo per tirare avanti mentre si prevede un’annata avara, causa la siccità.
Non preoccupatevi per me che sto bene e pericoli non ce ne sono. Questo non ve lo dico solo per tenervi tranquilli ma perché è la verità. E’ chiaro, aggiunge (con inconsapevole preveggenza) che qualcosa può sempre succedere, ma per caso, un accidente non potrebbe venirmi anche in Italia?”.
Però la storia del riso di tutta la zona, non pagato  (quattro milioni di lire nel 1967) turba non poco Gianni, come gli indios. Il 18 gennaio Gianni va a La Paz, la capitale, non per scoprire la civiltà degli INCA, ma perché, come lui scrive il 21 gennaio all’amico Gion: “Sono qui per vedere se riesco ad avere i soldi del riso che la gente di Sagrado ha venduto lo scorso anno. Il padrone della riseria ha fatto fallimento. Spero solo che la questione si risolva ed il lavoro di Sagrado possa continuare” Aggiunge: “Non sto a farti ragionamenti sulle problematiche del terzo mondo, perché certi discorsi, pura teoria, che anche a me sembrano giusti, a contatto con certe realtà non si sa come portarli avanti.”
Gianni a La Paz si ferma un certo tempo per via del riso da pagare.
A febbraio, sempre da La Paz scrive a Mario, Gigi, Grazia, Domenica e Pia, alcuni già suoi collaboratori a Sagrado.

Anche delusione

Spiega che è a La Paz per tentare di recuperare i soldi del riso, dice che è “svuotato”, deluso. Tutti i giorni va negli uffici competenti (o che dovrebbero esserlo) per sentirsi immancabilmente dire: “Torni domani”. Commenta poi che, passata la mezz’ora di disillusione, resta a far niente tutta la giornata mentre a Sagrado ha tante cose da fare. Tuttavia, scrive, lo fa volentieri perché quella gente ha tanto bisogno di sapere che qualcuno si interessa di loro, qualcuno che li ama.
Sul posto, scrive ancora, si capiscono tante cose che i libri  non ci possono insegnare. Comunica che non sa quando tornerà a Sagrado e che l’inconsistenza degli uffici dove “non trova e non sanno”, l’ha scoraggiato.
Poi dà notizia dello stato dei lavori. L’ambulatorio è praticamente terminato, il magazzino e l’aia per il riso quasi, e così la vasca per lavare e le docce con gli scarichi. Alla scuola mancano il pavimento, l’intonaco e le porte. E’pure iniziata la costruzione del locale per la “puladora” del riso, perché pulito lo potranno vendere a un maggior prezzo. Dà pure notizia dei collaboratori locali che hanno lasciato a Corazon. Sono Jatan, che si è dimostrato molto in gamba , fra le altre cose, guida anche il camion. Juanita, l’infermiera, anche molto in gamba, solo che non passa giorno che non abbia  male al cuore e mal di stomaco. Gianni l’ha mandata a farsi visitare dal dottore, ma non sa se sia andata. Felicita che è andata a Santa Cruz. Dei muratori è rimasto solo Tomas e sua moglie Ciccin, due tipi strani, ma le grane – dice- le abbiamo avute dal “carpentero” che da un po’ di tempo fa il pelandrone.
Come si nota, Gianni conosce ed ha in mano tutta la situazione
Poi, nelle sue lettere, almeno quelle che noi conosciamo, c’è un salto di oltre due mesi, dal 6 febbraio al 14 di aprile quando scrive dalla Scuola Salesiana della Muyurina, ai genitori.
Gianni si scusa con loro per il ritardo nello scrivere perché, dice, è sovraccarico di lavoro e questo fa pensare che sia tornato a Sagrado Corazon, dato che  a La Paz lamentava che non aveva da fare. Scrive ai genitori che si avvicina il tempo per tornare a casa ed è contento, ma è anche preso da grande tristezza perché sente ormai un legame profondo con quella gente con cui ha condiviso tante difficoltà. Scrive che dall’inizio del mese sono riusciti ad ottenere che lo Stato paghi lo stipendio ad un’infermiera che è l’unica in un raggio di 30-40 chilometri. Poi, da qualche giorno è arrivato anche il maestro delle elementari e la scuola ha già cominciato a funzionare anche se l’edificio non è ancora terminato.

Gli indios distinguono chi parla da chi li ama

Aggiunge che si sta lavorando al capannone dove ci sono le due macchine per pulire il riso.
“Qui – scrive – è il tempo del raccolto, un lavoro lungo e faticoso perché non ci sono le mietitrebbia, il riso è seminato in mezzo ai tronchi abbattuti e gli indios lo raccolgono spiga per spiga tagliandolo con un coltellino”.
Col nuovo gruppo che dovrebbe arrivare a giugno, Gianni spera di iniziare l’allevamento del bestiame; Jatan ha fatto dei corsi per questo. Assicura poi i genitori sul suo stato di salute ma si dice molto stanco, tanto che a volte non riesce nemmeno a finire di scrivere perché si addormenta.
Lo stesso giorno (o notte) del 14 aprile 1970, scrive ancora agli amici del seminario. “Da solo, è dura. Non per lamentarmi ma solo per fare un po’ di critica alla mia esperienza”. Tuttavia premette che è bellissima e che sarebbe disposto a ripeterla, anche rivivendo tutte le difficoltà che ha incontrato. “Da solo, scrive, uno si trova in una condizione di lavoro pesantissima per cui non ha il tempo per incontrarsi con la mente. A volte ci sono decisioni da prendere e la responsabilità è grande. Ora, guardando al passato, penso sia stato un bene fermarmi anche da solo, se no il nostro lavoro di mesi sarebbe andato a “ramengo”. Importante è non venire qui a cercare la poesia dell’indios che muore di fame o del lebbroso. Può darsi che mi sbagli ma ringrazio il Signore che non mi ha fatto tanto poetico. L’ho sperimentato all’inizio proprio al lebbrosario di Campo Grande. A quei lebbrosi non abbiamo detto molte cose, perché quasi nessuno sapeva parlare la loro lingua, ma il fatto di essere stato due ore in mezzo a loro li ha fatti piangere alla nostra partenza. La gente non è stupida e sa distinguere quello che parla da quello che ama”.
Il 15 di aprile scrive a Don Ugo. Torna sul fatto di essersi trovato solo ad affrontare tutte le difficoltà incontrate, ma dice che sarebbe disposto a ripetere l’esperienza per la quale ci sono aspetti anche negativi che si potrebbero eliminare se non si è soli (qui non dice quali).
Informa che un giovane che ha terminato gli studi alla Scuola della Muyurina cercava il lavoro per vivere ed il lavoro glielo ha dato lui li a Sagrado, pagandolo con i soldi che gli mandano gli amici di Mani Tese di Saluggia. Conferma il funzionamento dell’infermeria e della scuola e degli altri lavori che stanno andando avanti a fatica e tra mille difficoltà, ma vanno. Dice, infine, che questa esperienza l’ha arricchito molto (non di soldi evidentemente).


Le ultime lettere

Al Vescovo di Vercelli scrive il 21 aprile e sarà l’ultima lettera a mons. Albino Mensa.
“Il mio impegno, oltre al lavoro manuale, è quello di annunciare il Vangelo a questa gente. Annunciare è quello che può sembrare un termine un po’ improprio in quanto qui non ci sono pagani. Tuttavia questa gente ha bisogno di conoscere a fondo il messaggio evangelico” Scrive che l’ignoranza è il più grande pericolo e senza un sacerdote che li guidi, la gente finisce per deviare dalle linee autentiche del Cristianesimo col rischio della superstizione.
Ora che c’è la scuola, Gianni tiene anche un poco di catechismo ai bambini che lo sentono per la prima volta. Dall’avere vissuto in mezzo a quella povera gente ha imparato molte cose.
Poi informa il Vescovo che forse, dovrà fermarsi fino alla fine di giugno o all’inizio luglio per aspettare i nuovi volontari dell’Operazione Mato Grosso che devono arrivare dall’Italia e poter lasciare a loro le consegne. Finisce scrivendo al Vescovo:  “ Mi dia la risposta appena può, perché io sappia regolarmi nei miei piani”.
Caro Gianni, non sa che non avrà bisogno del permesso del Vescovo per fermarsi ancora, perché lui morirà pochi giorni dopo aver scritto questa lettera.
Un incidente per la cronaca, ma per gli imperscrutabili disegni di quel Dio, il cui amore  è andato a portare agli indios, perché ha portato a termine la missione che gli era stata affidata.
L’ultima sua lettera è al cugino Giovanni, che coordina il gruppo di  Mani Tese di Saluggia, scritta il 22 aprile 1970, sette giorni prima di morire. Scrive che lì tutto va bene anche se non mancano gli inconvenienti, che le costruzioni stanno per volgere al termine, ma alcune di esse già funzionano. Scrive che presto ci sarà bisogno di un secondo maestro perché i bambini sono tanti. Altro lavoro -scrive –  che può sembrare insignificante ma che qui invece è importantissimo, è la vasca per lavare e le docce. Vicino al pozzo artesiano abbiamo costruito la vasca per lavare la roba. All’inizio veniva poca gente ma ora è sempre pieno. Bisognava vedere con che acqua prima sporcavano la roba. Con quattro bidoni posti a due metri di altezza abbiamo fatto quattro docce per la gente che possa stare un po’ pulita. La mancanza di igiene, soprattutto per i bambini è la maggior causa di infermità. Oltre a questi servizi – prosegue –  abbiamo cercato di dare i mezzi per un’autosufficienza, il magazzino per il riso, se no i topi e gli altri animali se lo mangiano tutto. Il nostro lavoro, insieme alla nostra presenza è servito a dare un po’ di fiducia a questa gente che deve continuamente lottare per sopravvivere. Gianni è contento di tornare in Italia ma gli spiace lasciare la gente con la quale è vissuto per quasi un anno. Conclude scrivendo: “…questa gente ha bisogno di fratelli che la comprenda e l’aiuti senza tanti discorsi, perché di parole sono stufi”.  
Poi tutto tace quasi a preparare l’evento solenne della sua partenza  quando Gianni, verso le ore 19 (ora locale) del 29 aprile, sulla via di Sagrado Corazon, viene chiamato dall’alto.
Uno di quegli incidenti cui Gianni, con quella inconscia chiaroveggenza, aveva detto “sempre possibili”.
Lasciamo a Padre Dante Invernizzi, Direttore dell’Opera della Mujurina,  la dettagliata descrizione dei fatti avvenuti e comunicati  ai genitori di Gianni nella lettera inviata qualche giorno dopo, anche se alcuni aspetti non sono stati del tutto chiariti.

Padre Dante così scrisse ai genitori di Gianni

Muyurina, 2 maggio 1970.
Carissimi genitori, così avrebbe cominciato la lettera il vostro amatissimo Gianni, e così comincio io che ho dovuto raccogliere il suo corpo esamine e depositarlo nella tomba tra le lacrime mie e di tutti gli abitanti di Sagrado Corazon che lo amavano più di un loro fratello.
Carissimi genitori dell’amatissimo Gianni, tutti qua stiamo pensando alla vostra costernazione ed al vostro strazio e alla tragedia che non ci sembra vera.
Mercoledì, a pranzo, chiedevo scherzando  a Gianni, che pranzava dinnanzi a me qui alla Muyurina, “Cosa farai con barba adesso che devi tornare a casa?” Lui ridendo mi rispose: “La tengo ancora per un po’ di tempo, ma prima di andare da mia mamma devo farmela tagliare perché a mia mamma non piace”.
Nella mattina di mercoledì 29 aprile, aveva fatto scuola alla Muyurina. Gianni viveva sempre a Sagrado Corazon ma io l’avevo pregato di venire a farci scuola di francese per obbligarlo di venire un poco tra noi, se no lì non usciva dal bosco se non col camion per trasportare materiale da costruzione per Sagrado Corazon. Veniva il lunedì, di pomeriggio e si fermava fino a mercoledì sera e al giovedì mattina già partiva per Sagrado. Mercoledì 29 aprile al pomeriggio, andò a Santa Cruz, 50 chilometri da qui, come sempre, per fare compere e per regolare i documenti. Mercoledì andò per far regolare il passaporto al Consolato d’Italia per la sua prossima partenza. Ne parlava già come fosse cosa vicinissima. Io gli dissi di approfittare della nostra camionetta che già doveva andare a Santa Cruz. Mi disse che andava con la moto per farla revisionare perché aveva fatto i 2.000 chilometri di garanzia.
Fu con la moto, una 90 cc. che successe la disgrazia. Al passare davanti al posto di Polizia Stradale, lo fermarono perché non aveva il casco e gli ordinarono di comprarlo. A Santa Cruz stette a parlare con il Direttore della Casa Salesiana che abbiamo là e gli disse la questione del casco, che non voleva comprare, ma il Direttore lo persuase per il sì e lo comprò.
Ma fece tardi a tornare da Santa Cruz e passò davanti alla Polizia Stradale alle sei e mezzo,
Qua al tropico c’è sempre il sole fino alle sei, ma dopo si fa notte di colpo; non c’è il crepuscolo. La Polizia scherzando fece le congratulazioni a Gianni per il magnifico casco nuovo fiammante e gli raccomandò di essere sempre prudente.
A pochi chilometri di distanza successe il disastro, 15 minuti dopo essersi parlati.
La strada che porta dalla città di Santa Cruz alla Muyurina è l’unica asfaltata, è tutta piana e dritta ma è stretta. La Polizia Stradale non la percorre con le moto perché non le ha, cosicché la strada di notte si fa pericolosissima perché gli autoveicoli non abbassano le luci e così abbagliano chi viene in senso opposto. Per di più c’è un altro inconveniente, forse ancora maggiore, che ai bordi della strada ci sono cavalli e vacche che pascolano e la attraversano al momento meno pensato..
A Gianni succedette tutto insieme. Stava venendo a casa ed era completamente buio; in un incrocio di due camion fu obbligato a mettersi sull’orlo della strada. Il camion che gli veniva di fronte non abbassò le luci e Gianni non poté vedere il cavallo che stava su quel lato della strada; lo colpì col manubrio nelle zampe e lui fu catapultato sull’asfalto dalla velocità.
Il casco risulta ammaccato nella parte della nuca, aveva picchiato al suolo con la nuca.
Ci venne  avvisare il nostro dottore che passava di lì con la sua auto, poco dopo l’incidente. Si fermò, lo riconobbe, lo esaminò e vide subito che tutto era finito per la frattura della base cranica che si era prodotto nel colpo: la morte era stata istantanea.

Partii subito per raccogliere il buon Gianni mentre in casa si era sparsa la costernazione tra i ragazzi alla notizia che si pensava ancora non vera. Arrivato sul posto dell’incidente c’era già la Polizia Stradale che aveva fatto trasportare Gianni con l’autoambulanza all’obitorio di Santa Cruz. .Fummo là e quale fu la nostra afflizione nel vedere Gianni immobile, ancora caldo; non aveva nemmeno una ferita, solo perdeva sangue dal naso e dall’orecchio destro ….
Le suore dell’Ospedale, che sono italiane, fecero tutto il possibile perché il cadavere fosse ben trattato, sapendo per di più che Gianni era Diacono.
Una volta sbrigate le formalità del caso, ci permisero di portarlo a casa dove arrivammo alle tre di notte. Preparammo tutto per la camera ardente e al mattino celebrai la S. Messa con tutti i ragazzi del collegio in suffragio dell’anima di Gianni. I ragazzi pregarono con una devozione mai vista: erano afflittissimi ed impressionati; lo amavano ed avevano parlato e scherzato con lui il giorno prima. Dopo la messa passarono tutti a vederlo nella camera ardente.
Intanto la notizia cominciò a diffondersi e arrivarono persone di ogni ceto per vederlo e farci le condoglianze. Questo ci fece constatare quanto apprezzavano l’esempio di generosità di questo giovane.
Nella notte non fu possibile fare un radiogramma per l’Italia perché di notte gli uffici della radio non sono aperti.. Essendo rimasti i documenti di Gianni alla Polizia, non sapevamo esattamente il vostro indirizzo e così decisi di mandare un telegramma al Direttore di Varese, anche perché non sapevo dove poter rintracciare Don Ugo. Intanto, pensando a voi e al vostro indicibile dolore, ho pensato di far formalizzare il corpo perché si conservasse di più. Ma qua, per il caldo che fa, non permettono di tenere più di un giorno il cadavere. Per questo abbiamo dovuto procurarci subito un feretro. La difficoltà fu procurarci la cassa di zinco, qui non la conoscono e fu una vera impresa.
Dovemmo pensare al luogo della sepoltura; volevamo tenerlo qui a casa  ma la gente si oppose e chiese che fosse lasciato con loro a Sagrado Corazon dove aveva lavorato e si era sacrificato. Ci sembrò giusta la loro domanda e decidemmo di portarlo a Sagrado.

Giovedì 30 alle ore 17 facemmo la celebrazione solenne del funerale qui alla Muyurina; intervenne moltissima gente, ma soprattutto i giovani. Si celebrò la messa con due Vescovi e otto sacerdoti. Vi fu una funzione solennissima e commovente. L’unica cosa che sgarrò fu che non si poterono prendere fotografie della Messa perché la gran folla urtò il fotografo facendogli cadere la macchina con il flash che si ruppe.
Terminata la Messa e le esequie, una comitiva accompagnò il feretro fino a Sagrado Corazon dove arrivò alle dieci di notte.
Là nel bosco, in piena notte, la scena fu la più straziante; la gente, avvisata, si era radunata per aspettare Gianni dalle tre del pomeriggio e si era fermata lì senza cena.
Quando si depose il feretro fu uno scoppio di pianto, gli uomini erano quelli che non riuscivano a frenarsi; lì si vide come lo amavano davvero.
Avevano preparato la camera ardente nella posta sanitaria che Gianni con i suoi amici dell’OMG avevano costruito e fuori avevano posto la bandiera italiana e quella boliviana, per indicare che Gianni era dei loro.
Si fermarono a tener compagnia a Gianni tutta la notte fino al mattino alle sette, recitando orazioni e cantando inni sacri.
Si fissò l’ora della sepoltura alle due del pomeriggio. Celebrai la messa davanti alla bara con una commozione generale. Spiegai perché non recitai la messa dei defunti ma quella della resurrezione con i paramenti bianchi: perché Gianni ci aspetta glorioso in Paradiso che egli guadagnò con la generosità del suo dono totale al Signore.
Il luogo esatto in cui lo abbiamo seppellito corrisponde all’entrata della futura chiesa che lì si dovrà costruire; così Gianni sarà sempre in vista di tutti quando dovranno entrare in chiesa.

Mi pare che non ci dovrebbe essere posto in cui Gianni avrebbe desiderato di essere seppellito, migliore di questo. Gianni è diventato una parte integrante di Sagrado Corazon; tutte le cose li parlano di lui. Si era fermato solo un anno e tutto aveva ricevuto il movimento da lui: per questo la gente non volle che glielo portassero via.
Mi hanno detto piangendo: “Padre Dante, scriva ai suoi genitori, alla sua mamma, che noi tratteremo Gianni come lo tratterebbe lei, con lo stesso affetto; è il regalo più grande che ci potesse fare lasciandocelo”.
Gianni sarà per questa gente buona e semplice la pietra di unione tra loro come Gianni sempre aveva raccomandato.
Vi sto mandando le fotografie con cui potrete fare un album, peccato che mancano varie cose per le ragioni che vi ho detto prima. Sono però sufficienti per darvi un’idea di come amavano vostro figlio e come abbiamo cercato di fare tutto quello che voi stessi avreste fatto: perfino prima che saldassero il coperchio della cassa di zinco, io ho voluto dare a nome vostro l’ultimo bacio di addio al caro Gianni  “Per il tuo babbo e per la tua mamma” gli dissi baciandolo.
Ho raccolto tutte le sue cose. Sto spedendo un sacco di oggetti che Gianni, sempre pensando a voi, aveva comprato per portarvi come ricordo della Bolivia. Ora vi arriveranno come ricordo del vostro Gianni rimasto in Bolivia.

Sulla tomba di Gianni vorremmo porvi una lapide con la sua fotografia in maiolica, ma qui la maiolica non la
sanno fare. Ci piacerebbe averla. Se la potete mandare per mezzo degli amici di Gianni dell’OMG che devono venire qua alla fine di giugno. Però vi prego che sia di Gianni come lo abbiamo conosciuto qua noi, con la sua barba missionaria.
Carissimi genitori, non vi disperate come quelli che non hanno fede; il vostro Gianni non si é perduto, si é salvato ed è entrato nel numero dei felici, nel cielo e nella lista dei benefattori, dei poveri sulla terra.
Gianni ora è un simbolo per tutta la schiera dei giovani che lavora nelle file dell’organizzazione dell’OMG. Piangete, si, per la perdita di questo vostro figlio meraviglioso, ne avete ragione perché il vostro cuore non può non sanguinare per questa ferita, ma state orgogliosi che il Signore vi abbia scelti per dare al mondo, per mezzo di questo vostro meraviglioso figlio, il difficile testimonio di generosità assoluta, in un mondo in cui si pensa esclusivamente in dimensione egoistica.
Gianni, il Diacono, è sparito alla vigilia della sua ordinazione sacerdotale, ma il Signore volle che la sua messa fosse con l’offerta della sua vita, la vittima del sacrificio ha voluto che fosse lui stesso. .Amatissimi, voi ormai siete rimasti imparentati con noi della Muyurina, Gianni è il legame di sangue che ci ha legati. Scrivetemi, tenetevi in contatto con noi. Lo sappiamo che teniamo in custodia il vostro più caro tesoro. Domandateci notizie, mandateci, se volete, messe da celebrare sulla sua tomba con l’assistenza della gente per cui Gianni si è sacrificato. La gente è stata entusiasta della proposta che feci di intestare la posta sanitaria (ambulatorio) con il nome di Gianni Settia.
Così Gianni vive fra noi e lo custodiremo con le medesime cure affettuose che usereste voi stesi.
Il Signore che manda le prove per il nostro bene vi sostenga in questo vostro acerbissimo dolore.
Con affetto vi saluta e vi abbraccia in nome del vostro amato Gianni.

Don Dante Invernizzi – Direttore dell’Opera della Muyurina dalla quale dipende l’opera di Sagrado Corazon  

Sagrado Corazon dopo quarant’anni

Sono passati quarant’anni da quel triste pomeriggio del  29 aprile 1970, un lasso di tempo abbastanza lungo perché i tanti avvenimenti dei quali siamo quotidianamente informati dalla televisione, giornali e radio, facessero cadere nell’oblio la straordinaria avventura del Gianni Settia.
Ne è sufficiente a richiamarlo all’attenzione della nostra gente, la scritta posta sull’edificio a fianco del Municipio, titolato appunto a Gianni Settia, alla quale, passata la curiosità dei primi tempi per sapere chi era e cos’avesse fatto per meritarsi quella scritta a caratteri cubitali, la gente si è ormai assuefatta.
Non così per gli amici di Gianni, che allora formarono a Saluggia il gruppo “Mani Tese” con lo scopo di sostenere Gianni per la sua attività missionaria nell’Operazione Mato Grosso, per i quali era vivo il desiderio di conoscere se il seme gettato nella Sierra, in quella terra di Sagrado Corazon dove sono rimasti i suoi resti mortali, era germogliato ed aveva dato buoni frutti.
La domanda che gli amici si ponevano era per sapere se le opere iniziate da Gianni e dai suoi compagni di avventura erano  cresciute, avevano portato frutti oppure se, via loro, tutto era tornato foresta come prima.
Conoscere se a Sagrado erano ricresciute altre piante al posto di quelle abbattute seppellendo i primi edifici che Gianni e amici avevano costruito, oppure se gli indios avevano continuato a progredire come i volontari dell’Operazione Mato Grosso avevano loro mostrato.
Cominciarono così le ricerche, prima via Internet, dove l’incontro con una famiglia, che era stata colà a Sagrado Corazon nel 2007, aveva pubblicato alcune foto. Poi i contatti epistolari con Don Calovi, attuale Direttore della scuola della Mujurina, da dove era partito Gianni per andare a Sagrado, ed infine, la fortunosa coincidenza con Mario Ceridono già compagno di Gianni nell’Operazione Mato Grosso che, trovandosi, a gennaio 2010, in quei paraggi della Bolivia, su nostra richiesta, si è recato a fare visita a Sagrado Corazon immortalando la situazione attuale con fotografie. .
Al vederle lo stupore per gli amici di Gianni è stato grande.
Il seme gettato da Gianni Settia e dai suoi compagni dell’Operazione Mato Grosso non solo è germogliato ma, come appare anche dalle fotografie scattate dal Ceridono, oggi in quella foresta che Gianni aveva disboscato, c’è un villaggio, un paese con tanto di Municipio e Parrocchia (con parroco giapponese). Alcuni dei principali edifici come l’ospedale, che Gianni aveva iniziato, ora portano il suo nome così come le auto ambulanze. .
Negli abitanti più anziani è ancora molto vivo il ricordo e la venerazione per quel ragazzo venuto dall’Italia per aiutarli a crescere nel corpo e nello spirito, ed i cui resti mortali hanno voluto che restassero li con loro per sempre.
Come si vede dalle fotografie, Gianni fu, in un primo momento, sepolto nella piazza antistante l’ambulatori che aveva costruito (allora la chiesa non c’era ancora, sarebbe stata costruita dopo).
Nel 1975 Don Rinaldo Vallino, che allora ricopriva la carica di ispettore salesiano, si recava in visita a Sagrado Corazon, e officiava una messa sulla tomba di Gianni.
In quel luogo rimase sepolto fino al 1983 quando, causa i frequenti allagamenti, si dovette alzare il terreno rendendosi in tal modo necessario estumulare i resti di Gianni che, raccolti in una cassa di mogano, furono deposti in una nicchia esterna della nuova Chiesa, che intanto era stata  costruita presumibilmente da altri volontari dell’Operazione Mato Grosso. .
Nel 1992, l’allora Arcivescovo di Vercelli, Mons. Tarcisio Bertone, fece visita a Sagrado Corazon ed in quell’occasione la celletta ossario con i resti del Gianni fu seppellita nel piazzale antistante la Chiesa dove si trova tuttora.

 



 

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