Nuovi impegni congolesi per padre Giuseppe Fiore

Agosto 2015

A Kinshasa tra amministrazione e formazione

Quando padre Giuseppe Fiore pronuncia la parola obbedienza i suoi occhioni brillano di tutta la gioia e la sofferenza che questa virtù cristiana può generare nella vita di un religioso che l’abbia presa sul serio fin dall’inizio come ha fatto lui.

Ed è per ubbidienza che padre Giuseppe ha lasciato la missione di Neisu nel nord-est congolese in cui l’avevamo lasciato un paio di anni fa, per trasferirsi a Kinshasa, la capitale del Congo, per nuovi e delicati incarichi. Per ubbidienza già altre volte aveva dovuto occuparsi di questioni economiche ed anche questa volta deve essere andata così.

Padre Giuseppe si appassiona quando parla di come, in cima ai suoi pensieri di missionario, ci sia il futuro delle comunità cristiane africane: rendere queste comunità, ricche di tanti fermenti e doni genuinamente evangelici, anche capaci di autosostenersi economicamente in vista di una piena autonomia ed originalità. La crisi dei paesi avanzati e la conseguente diminuzione degli "aiuti" sono viste come un’occasione per puntare a questa autonomia tanto auspicata. Nel frattempo si esplorano tante strade e gli "incidenti di percorso" possono essere anche gravi e vistosi ed ecco che l’equilibrio, la capacità operativa e la saggezza di padre Giuseppe deve essere stata, anche questa volta la molla che ha motivato questa nuova destinazione.

La capitale è comunque anche un punto d’osservazione privilegiato da cui si può abbracciare tutto il Congo e buona parte dell’Africa. Ad esempio, con disarmante semplicità e precisione padre Giuseppe indica nella mancanza di strade o meglio dell’incapacità dei vari governi a conservare e ad ampliare la rete stradale uno dei problemi di base del Congo. Anche la periferia di Kinshasa è penosa da questo punto di vista, le arterie principali del paese sono state distrutte dai grandi camion impiegati per anni dalle compagnie straniere presenti nel paese e che adesso trovano più conveniente costruire aeroporti e usare gli aerei per le loro attività, strutture però praticamente incaccessibili alle popolazioni locali. L’agricoltura del paese continua ad esistere ma senza le strade non riuscirà mai a fare salti di qualità. Lo stato penoso delle strade e la "crisi" hanno portato i missionari stessi a considerare mezzo di trasporto normale le motociclette che oltre a costare di meno riescono ad essere operative anche sui sentieri.

La schiena di padre Giuseppe di motocicletta negli ultimi anni ne ha digerita tanta al punto che ora, non più in campagna bensì in città, per i suoi spostamenti pastorali il nostro missionario si è praticamente africanizzato del tutto ed avendo la cappella più lontana dall’abitazione a soli sette km ci va a piedi come la gran parte degli africani. "e durante la passeggiata riesco ad incontrare e a parlare con un mucchio di gente!". Quei 7 km in auto comporterebbero rischi di insabbiamento o impantanamento quasi certi e quindi sono, allo stato attuale delle strade della periferia di Kinshasa, assolutamente improponibili. Sulla soluzione motocicletta è la schiena ad aver detto basta!

Ed ecco altri numeri della capitale congolese: oltre 10 milioni di abitanti, un diametro di 37 km, raggiungere l’aeroporto nelle prime ore del mattino comporta tempi quasi certi (un’ora, un’ora e mezza), ma in pieno giorno tutto diventa più aleatorio, dipende da cosa si trova per strada…. meglio partire qualche ora prima se non si vuole perdere l’aereo.

Tornando all’economia e all’autosufficienza delle comunità cristiane si sintetizza il problema in questo modo: bisogna travare delle strade che non siano espansioni del sistema economico o integrazioni in esso, il sistema economico è la causa della povertà e della dipendenza attuale. Parla di un processo di produzione ma soprattutto di distribuzione del pane all’interno delle comunità stesse, potrebbe funzionare, si sta sperimentando… bisogna arrivare al punto che tutto il processo sia funzionante ed in mano ai congolesi.

Per l’emergenza economica attuale derivante dalla crisi globale padre Giuseppe dice che una soluzione ponte, almeno per la città, è quella degli affitti: strutture costruite qualche anno fa, nei momenti in cui i soldi arrivavano abbondanti e che magari sono risultate sovradimensionate, possono essere affittate almeno parzialmente. In genere l’affitto è alla portata della piccola e media imprenditoria locale che è quella che può trainare anche se lentamente l’economia reale del paese.L’affitto è inoltre una soluzione reversibile e spesso chi per qualche anno ha affittato ed ha avuto successo può cercare una struttura migliore, di modo che la Chiesa o la Congregazione può ritornare in possesso degli stabili oppure cederli ancora in affitto ad altri piccoli imprenditori che iniziano. Poi si vedrà…

Ma l’economia passata, presente e futura è solo il quadro in cui si muovono le persone reali, i veri destinatari della missione. Ancora una volta padre Giuseppe è stato chiamato a svolgere un lavoro formativo delicato: occuparsi del futuro clero congolese. "problemi di vocazioni non ne abbiamo, anzi…" Aiutare i tanti aspiranti ad un serio percorso vocazionale, a prepararsi ad essere davvero gli animatori ed i leaders delle loro comunità, da africani per gli africani ma con radici evangeliche ben solide.

Ancora una volta l’essenzialità di padre Giuseppe emerge dalle sue parole: per diventare dei buoni preti o dei buoni religiosi bisogna imparare ad amare Gesù, diventare suoi amici. Ed essere suoi amici è imparare la preghiera personale, la meditazione quotidiana e il servizio ai poveri…

Tante sono le trappole che una certa cultura africana può porre sulla strada di questa realizzazione essenziale, ma quando parla di questo padre Giuseppe sorride, in fondo un formatore sa che lui deve indicare la strada, chi ci metterà la benzina per avanzare su questa strada è il Signore e quindi si può essere ottimisti.

I missionari come lui invecchiano e sono pieni di acciacchi accumulati negli anni di servizio instancabile. Lui stesso è rientrato improvvisamente senza neppure poter portare materiale illustrativo di questa sua ennesima tappa di vita africana a causa di un’improvvisa e generale alterazione del quadro degli esami clinici. Ecco allora il rientro presso il fratello Luigi medico in quel di Cigliano che coll’aiuto di amici e colleghi torinesi in breve ha rimesso a posto i valori  e trovate le cure necessarie… ed allora ecco padre Giuseppe di nuovo colle valige pronte e tanta voglia di Africa e tanta fiducia nel Signore che saprà guidare le comunità cristiane di questo continente anche quando… Ma per adesso le forze sono tornate ed allora lo salutiamo in questa nuova partenza con tutta la nostra ammirazione ed amicizia, sperando di rivederlo presto per sentirlo ancora parla dell’Africa e del suo futuro. Buon viaggio padre Giuseppe e buon lavoro!

 

Comments are closed.