3. Padre Gianni Criviller – Il calvario del Tibet

 

 

Padre Gianni Criveller, missionario del Pime conclude il corso interdiocesano a Novara parlando del Tibet

 Martedì 17 maggio 2013, in alcuni locali messi a disposizione dalla parrocchia di Sant’Antonio di Novara, si è conclusa l’edizione 2016 del corso Interdiocesano di Formazione Missionaria.

Il relatore della serata è stato un missionario del Pime che per molti anni è stato in Cina. Attualmente non vi può tornare per una delle tante ritorsioni che caratterizzano il comportamento del Governo Cinese nel suo contorto rapporto con le confessioni religiose presenti in Cina che ufficialmente riconosce ma che tende a controllare in ogni minimo particolare. Padre Gianni continua però ad occuparsi della realtà religiosa cinese sia attraverso i numerosi rapporti di conoscenza ed amicizia che intrattiene colla realtà cinese, sia con gli studi e gli interessi che continua a coltivare.

Ed il Tibet, dopo anni di isolamento vissuti sotto la guida dei Dalai Lama in una vita ispirata ad una forma di buddismo comunitario rispettosa della natura locale, per certi versi eccezionale come appunto quell’altopiano, è entrato a far parte della Cina a causa dell’invasione del 1950, uno dei primi atti internazionali del governo comunista di Mao Tse Tung. Questo atto di violenza internazionale non ha mai trovato, nello scenario della politica internazionale di allora come anche ai nostri giorni, soggetti in grado di opporvisi efficacemente. Da allora la società tibetana ha iniziato un percorso di doloroso e a volte crudele smantellamento.

Colla prima rivolta del 1959, repressa duramente, il Tibet è stato privato della sua guida tradizionale, il Dalai Lama che ha scelto da allora la via dell’esilio.

La scarsa attenzione dell’opinione pubblica mondiale a questo dramma che si va consumando da oltre mezzo secolo risulta evidente nel 1989, a trentanni di distanza da quella prima rivolta, quando un’altra volta la popolazione tibetana cerca di scuotere l’oppressione a cui è sottoposta: la ribellione tibetana è precedente di tre mesi rispetto ai fatti di piazza Tienanmen ma non ha praticamente risonanza internazionale e non migliora affatto la situazione che per certi versi si aggrava tanto che da allora hanno inizio le "immolazioni" cioè i suicidi rituali di denuncia da parte di monaci e poi sempre più anche di laici, in particolare intellettuali, e addirittura di donne. Ad oggi questi fatti discutibili sono ormai alcune centinaia ma hanno pochissima risonanza al di fuori del Tibet.

Padre Gianni ha poi fatto un cenno alle forzature storiche che la posizione ufficiale della Cina adduce a giustificazione della situazione attuale di oppressione e colonizzazione, e cioè che il Tibet ha fatto parte altre volte dell’Impero Cinese. In effetti questo accadde solo durante l’impero di Gengis Kan, impero che è un po’ esagerato definire cinese visto che proprio per difendersi dai mongoli venne edificata la grande muraglia.  Un’altra occasione addotta dai cinesi è del tempo delle dinastia Qing di origine della Manciuria, ancora una volta una dinastia non cinese. E la posizione ufficiale cinese assume contorni grotteschi quando pretende la distruzione di documenti storici risalenti ai tempi della missione di Matteo Ricci che documentano con chiarezza che durante la dominazione mancese il Tibet non faceva affatto parte della Cina.

Padre Gianni non è ottimista sul futuro del Tibet. Data l’età avanzata del Dalai Lama presto la comunità tibetana dovrà affrontare la questione del successore e senz’altro il governo cinese approfitterà dell’occasione per creare ostacoli offrendo alla comunità dei tibetani rimasti nel paese un Dalai Lama di comodo gradito al regime. Questo potrebbe aumentare le già importanti differenze sviluppatesi in questi anni di occupazione cinese tra i tibetani rimasti in Tibet ed i tibetani dell’esilio. Ma nelle cose umane tutto evolve e come in Cina l’appartenenza religiosa in genere e l’appartenza al cristianesimo in particolare, nonostante l’opposizione del regime, sta aumentando, anche se in modi imprevedibili e non facilmente classificabili, così anche il Tibet potrebbe essere toccato da questi fenomeni. Sta di fatto che ad oggi in Tibet non c’è presenza di cristiani e che, stante il pugno di ferro adottato dal regime per governare il paese, il Buddismo Tibetano Tradizionale non ha grosse prospettive di sopravvivenza nel paese che l’ha generato.

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