testimonianze di viaggiatori e volontari

 Molti volontari ed amici vercellesi visitano abitualmente la missione di Inhassoro, ospiti della calorosa e generosa accoglienza di don Pio e dei suoi collaboratori. Vogliamo in queste pagine cercare di tenerne traccia per cercare di dare a tutti gli amici del Centro Missionario, l’occasione di approfondire sempre più la conoscenza della vita di missione e del Mozambico stesso, convinti che la reciproca conoscenza sia una delle strade da percorrere per una migliore convivenza di tutti all’interno della grande famiglia umana, la famiglia dei figli di Dio.

Col materiale fotografico messo a disposizioni dai volontari abbiamo preparato dei brevi filmati per approfondire una prima conoscenza visiva della realtà della missione.

Abbiamo anche chiesto loro di scrivere quanto è rimasto nelle loro teste e nei loro cuori dell’esperienza vissuta e ne terremo traccia qui sotto.



due mesi in Mozambico

di Gian Mario Ceridono

 



1. arrivare ad Inhassoro

 

   

Arrivare ad Inhassoro ha un suo fascino: dopo aver lasciato la strada che sale verso il nord del Mozambico si percorre una strada più stretta che punta ad est verso il mare. Il manto asfaltato è così esiguo che ogni volta che si incontra un mezzo che proviene in senso contrario è giocoforza mettere almeno un paio di ruote sui per fortuna abbondanti spazi sterrati che accompagnano lo stretto nastro asfaltato. Il paesaggio è il tipico paesaggio della regione: alberi non abbondantissimi ma presenti in grande varietà, spiazzi più o meno ampi di bush alternati a zone in cui sorgono capanne circondate da piccoli campi ed edifici vari che denotano la presenza dell’uomo, dalla strada principale si dipartono sentieri e piccole stradine sia a destra che a sinistra. Ogni tanto qualche costruzione che deve la sua presenza proprio alla strada, una scuola con le capanne di coloro che in qualche modo vi hanno a che fare, dei chioschi e dei negozi ecc… Dopo un po’ di chilometri più o meno rettilinei e qualche avvallamento non molto pronunciato, in lontananza sulla sinistra si scorgono due antenne della telefonia cellulare che caratterizzano questa parte del paesaggio Mozambicano. Se ti concentri troppo su di esse ti sfugge che man mano  ci si sta avvicinando alla meta. Ai lati della strada i terreni sono ormai quasi tutti recintati in modo più o meno vistoso ed ogni tanto si incontrano costruzioni inerenti ad attività lavorative che caratterizzano la realtà socio economica di Inhassoro: sulla destra ad un certo punto delle barche  in un recinto sembrano segnalare una delle attività principali della località, la pesca, a sinistra una segheria di notevoli dimensioni con ampi piazzali con camion carichi del prezioso materiale. Anche le abitazioni diventano più frequenti fino ad incontrare un distributore di benzina sulla sinistra e poco dopo un ospedale sulla destra. Siamo praticamente arrivati. Le antenne sono lì mestose sulla sinistra e mentre passiamo loro accanto la strada, sempre diritta, ci presenta un ultimo tratto in discesa al termine del quale vediamo il blu del mare, la strada sembra proprio tuffarvisi. Sulla sinistra la grande scuola tecnica costruita grazie ad un progetto delle Acli, subito dopo la bella chiesa di sant’Eusebio consacrata da poco. E poi ancora la casa delle suore, edifici sempre più grandi e moderni, con negozi, magazzini, banche e la vecchia missione. Dopo la missione una strada sterrata ma di grande dimensioni parte sulla sinistra parallela al mare e poche decine di metri dopo il nastro asfaltato piega e destra e ci porta dall’altra parte. Siamo ormai al centro di Inhassoro. Questa realtà urbana in decisa espansione deve a vari fattori la sua capacità di attrarre nuovi insediamenti: in primo luogo la presenza del mare colle sue spiagge incontaminate e le antistanti isole di Bazaruto e Santa Carolina ne fanno un luogo di villeggiatura naturale. Un nastro estesissimo di strutture alberghiere immerse nel verde accompagna le spiagge che biancheggiano a perdita d’occhio sia verso nord che verso sud. Il turismo che può permettersi di arrivare fin lì non è un turismo povero e lo denotano i gipponi con carrello per motoscafi più o meno vistosi che ogni tanto si incrociano per le strade. Lungo la via che collega queste strutture alberghiere incontriamo un secondo distributore di benzina ma prima di arrivarci abbiamo già incrociato vari negozi, piccoli supermercati, un paio di panetterie e altrettante banche. Ma anche una scuola, uffici e parecchi edifici pubblici: il tribunale, la sede del distretto, della polizia, dell’autorità marina ecc… Addentrandosi poi nelle strade sterrate che si dipartono dalla strada principale si incrociano altri negozi, la stazione delle corriere, campi sportivi ed aree attrezzate per lo svago ed il relax, bar, numerosissimi locali pubblici di vario livello, un mercato permanente che trasborda dai suoi confini naturali fin sulle strade circostanti ed infine alcune scuole di grado superiore. Ed ancora negozi, magazzini, piccole attività produttive legate alla continua espansione edilizia che caratterizza l’abitato: fabbriche di mattoni, falegnamerie ecc… La presenza di scuole superiori e di uffici pubblici è un altro dei motivi dello sviluppo di Inhassoro. Una classe media di impiegati pubblici relativamente giovane tende a stabilirsi permanentemente vicino ai posti di lavoro contribuendo coi loro redditi a sviluppare i consumi col relativo aumento del settore del commercio e dei servizi. Ma per completare il quadro bisogna ritornare al mare dove la naturale pescosità non ancora esaurita da uno sfruttamento intensivo alimenta un’attività di pesca che dà lavoro a larga parte della popolazione. L’attività è disciplinata e controllata, strutturata in base a precise gerarchie africane e coinvolge moltissima gente. Per rendersene conto basta frequentare le spiagge quando vengono tirate a riva le reti o quando rientrano le barche che pescano al largo. Per il momento mancano moderne strutture di conservazione del pesce per cui esso viene consumato fresco od essiccato. Le importanti basse maree che lasciano periodicamente all’asciutto larghe strisce di sabbia permettono anche una raccolta di molluschi su larga scala praticata da bambini e donne. Anche i molluschi vengono consumati sia freschi che essiccati. La coesistenza tra pesca e turismo qualche tensione la crea anche per le prospettive future ma si spera che i tantissimi chilometri di belle spiagge permetteranno di soddisfare le esigenze di entrambi i settori. In questo ambiente umano ricco di fermenti e spinte evolutive si colloca l’azione dei missionari Vercellesi, don Pio Bono, Caterina Fassio ed Elena Bovolenta. Con loro lavora e vive padre Francisco Canhote, prete diocesano della locale diocesi di Inhambane da cui dipende la missione vercellese. L’equipe pastorale è completata dalla comunità di suore, Irma Odette, Irma Idalina, Irma Fanny, Irma Angelica e Irma Beleza. Proprio per la ricchezza ed i fermenti sociali del tessuto umano di Inhassoro anche l’azione dei missionari spazia su tanti fronti, da quello catechistico pastorale, all’impegno educativo con i ragazzi dei collegi e dell’oratorio, all’impegno sociale e caritativo. Essendo le strutture e le attività che in qualche modo fanno riferimento alla parrocchia veramente numerose è normale incontrare per le strade di Inhassoro numerosi volontari, provenienti da vari paesi, che stanno svolgendo i loro stage di servizio presso alcune di queste strutture e che hanno nella comunità della missione il loro naturale riferimento. Guardando il paesaggio in certi momenti ti rendo conto che sei in una sperduto lembo di terra dell’immensa Africa, ma aggirandoti per le strade del centro o frequentando la missione di Inhassoro, in altri momenti ti senti quasi al centro del mondo tante sono le possibilità di contatto e di incontro. Ecco forse l’ennesimo incanto di queste, per altri versi, sperdute missioni vercellesi.

 


 2. il centro di Inhassoro…

 

   
   

Il centro di Inhassoro è un tipico caso di come i meccanismi di progresso e sviluppo che coinvolgono il Mozambico, pur con le loro lentezze e contraddizioni, stanno a poco a poco cambiando il volto del paese. Inhassoro è sul mare, bagnata da un Oceano Indiano che alterna bianchissime spiagge tropicali degne dei migliori depliant turistici, ad altre più scure che segnalano la presenza di alghe e quindi abbondanza di pesce. La popolazione di Inhassoro è sempre stata pescatrice; piccole barche di legno a remi o con una piccola vela fanno da sempre parte del paesaggio. Testimone di questa realtà è ormai anche la bella pala d’altare della chiesa di Sant’Eusebio, dipinta dal pittore Mozambicano Simone in cui il santo protovescovo di Vercelli  è ritratto nel reale paesaggio del posto. Il pesce viene consumato fresco ed in parte essiccato di modo da costituire da sempre la base, assieme ai prodotti dell’agricoltura, dell’alimentazione tradizionale. Da alcuni anni la bellezza delle spiagge ha iniziato ad attirare i turisti. Proprio di fronte ad Inhassoro, a poche ore di navigazione ci sono anche le Isole di Santa Carolina e di Bazaruto, due piccoli gioielli di ambienti esotici quasi incontaminati ormai inseriti nella rete del turismo tropicale internazionale. A poco a poco sulle rive di Inhassoro iniziarono a comparire dei lodge per gli abbienti turisti sudafricani in cerca di posti incontaminati. Inizia così a circolare denaro e c’è sempre più richiesta di servizi il tutto favorito dal fatto che Inhassoro è comunque da tempo sede di distretto. Compaiono uffici, negozi, stazioni di rifornimento e di servizio, un piccolo ospedale che è stato sostituito recentemente da uno più grande, capiente ed attrezzato, infine banche e piccoli supermercati. Il governo fa la sua parte aprendo scuole, insediando un posto di polizia, poi un piccolo tribunale e una piccola prigione, ma anche uffici civici sempre più grandi ed efficienti. Quando don Pio bono e Caterina Fassio giungono ad Inhassoro nel 2001, si è agli inizi di questo processo, il posto è ancora un po’ “in cima al mondo”, ma i meccanismi di sviluppo che abbiamo descritto sono già in moto da tempo. Ed i due missionari vercellesi sanno adeguare ad essi la loro azione pastorale e sociale. Il tutto viene messo alla prova nel giro di qualche anno da ben due cicloni che colpiscono la località nel 2003 e nel 2007 con il ciclone Fáris uno dei cicloni più violenti degli ultimi 50 anni. La gente costruisce le sue capanne all’interno, spesso lontano dal mare che pur frequenta da pescatori, proprio perché conosce questa caratteristica del suo paese. Il turismo incipiente sembra ignorare questo e trascina il baricentro dello sviluppo del luogo troppo vicino al mare, i cicloni sembrano una lezione che i missionari accolgono nonostante tutto riprendendo ogni volta con buona lena il lavoro parzialmente distrutto. Si pianifica la costruzione della missione e delle opere sociali più in alto, un po’ più distante dal mare anche se questo non sarà sufficiente a fermare del tutto la furia dei cicloni. La priorità del loro agire è quella educativa e la missione lavora per completare quanto fa il governo. Da una parte l’attività delle “escolinas” di cui abbiamo parlato nel precedente articolo, dall’altro la grande scuola tecnica costruita col contributo delle ACLI italiane, che è quanto manca al momento nel panorama scolastico mozambicano: la scuola tecnica “Estrella do mar”, dal 2004 un’importante realtà per Inhassoro. Anche lei ha subito le conseguenze di un ciclone nel 2007. Ma non è stata fermata nel suo sviluppo. Ormai sono avviati da anni i corsi di contabilità, di informatica, di falegnameria, di carpenteria e meccanica, di taglio e cucito e di conduzione alberghiera e turistica, ed il numero degli alunni è in aumento attraendo i giovani di entrambi i sessi anche da località distanti. Per questo la missione gestisce anche due internati, collegi-convitto, in cui vengono accolti sia giovani che vengono da lontano, che orfani e giovani meritevoli di aiuto. Nell’attività di questa grande scuola sono periodicamente coinvolti anche volontari provenienti da vari paesi e organizzazioni, tra cui molti vercellesi, oltre, naturalmente ad un crescente numero di insegnanti mozambicani. Lo sviluppo della località che abbiamo descritto all’inizio, assorbirà buona parte delle persone che stanno frequentando la scuola ed altri, pur provenendo da una località periferica come Inhassoro, potranno eventualmente tentare l’inserimento nelle maggiori città del paese (Maputo, Beira, Nanpula) con buone competenze e buoni titoli. Una parte della popolazione giovanile di Inhassoro emigra verso il sudAfrica ed anche in questo caso, possedere competenze e titoli adeguati può essere una chance in più.  Nei collegi sono accolti anche degli orfani, inviati dai servizi sociali, che non hanno ancora l’età per frequentare la scuola tecnica e che frequentano invece le altre scuole pubbliche locali. Don Pio e Caterina Fassio seguono con quotidiana e solerte attenzione queste realtà dei collegi, sia quello maschile che quello femminile, e della sezione degli orfani. All’interno di queste realtà va a collocarsi l’aiuto e il contributo che tanti vercellesi, attraverso il “SOSTEGNO A DISTANZA”, gestito dal Centro Missionario Vercellese, danno alla Missione di Inhassoro. Una tappa fondamentale della vita della parrocchia di Sant’Eusebio in Inhassoro è stata la costruzione e la realizzazione della grande Chiesa consacrata il 7 aprile scorso dal Nunzio Apostolico in Mozambico con la partecipazione del nostro Arcivescovo padre Enrico Masseroni e del vescovo di Inhambane mons. Adriano Langa. La comunità parrocchiale aveva ormai bisogno di questa nuova realtà che infatti si è dimostrata perfettamente adeguata ad essa. Nei 2 mesi in cui ho partecipato alle liturgie domenicali, circa 2 ore di celebrazione, grazie ai tantissimi e partecipati canti e al bilinguismo della stessa (portoghese e xitsua), oltre ai bei banchi costruiti nella falegnameria della scuola, erano sempre occupate anche tutte le panche  provenienti dalla precedente cappella e disposte nel deambulatorio che caratterizza la chiesa. Davanti alla chiesa stessa è in via di allestimento una bella piazza con tanti fiori ed alberi sotto i quali si svolgono spesso, alla maniera africana, incontri di gruppi, lezioni di catechismo, scuole di canto ecc… Per attività di questo tipo esiste comunque da tempo, nell’ambito della parrocchia, dietro il terreno che ospiterà l’erigenda nuova chiesa parrocchiale, il Centro Catechistico colle sua aule ed attrezzature, affidato alla cura di un altro “volontario” vercellese che da tempo opera ad Inhassoro, Elena Bovolenta di Gattinara. Questo centro giovanile è punto di riferimento per tutti i gruppi parrocchiali, a partire dai gruppi di catechismo per ragazzi ed adolescenti fino alle varie organizzazioni giovanili ed alle realtà associative del mondo adulto. Lo stile è quello africano, ricco di canti e balli, ma l’impressione che ne ho ricavata, pur con tutti i limiti della mia comprensione del portoghese, è stata di grande partecipazione, spontaneità e convinzione. Soprattutto per i gruppi giovanili dire che la partecipazione è ricca e numerosa è assolutamente adeguato.

 


3. visitando le comunità…

 

   

Appena inserito da qualche giorno nella vita della missione ad Inhassoro ho iniziato a sentire un ricorrente parlare delle Comunità. Grazie a don Pio ed insieme a lui ho potuto visitarne alcune durante i mesi di permanenza in Mozambico. Queste righe vorrebbero condividere con semplicità quanto da me scoperto in quelle occasioni. Le Comunità nelle nostre missioni in Mozambico sono i nuclei di base del popolo cristiano (e di quanti aspirano a farne parte attraverso il cammino del catecumenato), sparsi sul vasto territorio della parrocchia di Sant’Eusebio di Inhassoro. La regione di Maimelane-Inhassoro dove ci sono le nostre missioni vercellesi fa parte della Diocesi di Inhambane. Le attività tradizionali della popolazione sono principalmente la pesca, data la vicinanza al mare e la sua ottima pescosità, e l’agricoltura, praticata quasi sempre in forma tradizionale, che fornisce una discreta varietà di prodotti, ma, in genere, in quantità limitate di poco superiori ai fabbisogni della sussistenza  e solo se le piogge sono regolari e favorevoli. La gente vive così in mezzo alla natura. Alberi, arbusti ed erba gigante, la classica savana africana che cambia aspetto a seconda delle stagioni cioè delle piogge più o meno abbondanti nei vari periodi dell’anno. Costruisce le capanne ancora in forma tradizionale utilizzando appunto il legno e la paglia. Solo a poco a poco qualche parte delle costruzioni viene sostituita da materiale non fornito immediatamente dalla natura, come le immancabili lamiere ondulate o i mattoni precompressi in sabbia e cemento. Ma la capanna in fondo non è la casa per la gente, ma solo, diciamo, la zona notte, o il rifugio dalle intemperie e dai sempre più rari predatori. La vita si svolge all’aperto, all’aperto si cucina, si fa il bucato, si incontrano gli amici all’ombra del miglior albero dei paraggi attorno al quale il terreno viene mantenuto pulito ed ordinato proprio in vista di questa funzione. Sotto questi alberi si fanno riunioni, incontri, piccoli commerci, feste e cerimonie. E all’aperto crescono i bambini che fin dai primi passi imparano a conoscere la natura che li circonda e a muoversi disinvoltamente in essa.  Una comunità è un gruppo di nuclei famigliari che vivono in un territorio anche molto esteso ma che ha in comune, oltre all’appartenenza territoriale, la frequentazione domenicale e periodica della piccola cappella di paglia, costruita col contributo di tutti, sotto la direzione di un responsabile e di uno o più catechisti. Padre Carlo a Maimelane e padre Pio ad Inhassoro, insieme ai loro confratelli e collaboratori sacerdoti africani, padre Gemo e padre Canhote, visitano periodicamente queste comunità con una frequenza più o meno mensile, percorrendo fino a  60 km su strade sterrate spesso malconce e su sentieri spesso appena distinguibili che solo le Nissan in dotazioni alle missioni riescono ad affrontare con buon successo anche se le scarpinate fuori programma sono sempre dietro l’angolo. La Parrocchia di sant’Eusebio è composta, oltre che dalla popolazione del centro di cui parliamo in un altro articolo, di ben 27 di queste comunità, alcune grandi con più di 100 persone adulte, altre più piccole con poche decine di membri. Dato l’impegno educativo del governo mozambicano, nelle più grandi di queste comunità sorgono scuole primarie (i primi sette anni dell’istruzione di base) con insegnanti statali pagati dal governo. Per preparare questo passo importante che permetterà ai ragazzi più bravi di spostarsi nei centri più grandi per proseguire gli studi, le missioni stanno da anni facendo uno sforzo importante, creando a poco a poco in ogni comunità anche una scuola materna. Quando per alcuni anni la scuola materna (escolina nel linguaggio locale) funziona con successo, ecco che segue da parte delle autorità locali, la creazione della scuola primaria. Attraverso l’escolina passa il messaggio che è meglio mandare i figli a scuola, gli stessi bambini apprendono a stare e lavorare insieme e la prosecuzione degli studi ha più probabilità di successo. Nel territorio di Inhassoro ben 14 comunità dispongono ormai di scuola materna. La cappella serve nei giorni di maltempo e come ricovero delle poche attrezzature didattiche, per il resto si lavora sotto gli alberi e all’aperto quasi costantemente. In alcune di queste comunità c’è ormai anche la scuola primaria che raccoglie spesso almeno parte dell’utenza delle comunità che ancora non ne dispongono. Per il funzionamento di ogni escolina le missioni pagano un’insegnante e una cuoca in quanto i bimbi, date anche le distanze da casa, consumano a scuola una merenda che per alcuni sostituisce il pranzo. Tutte le volte che sono arrivato in una comunità sono stato accolto come un ospite d’onore, se don Pio non aveva avvisato del mio arrivo, nel giro di qualche minuto qualcuno procurava per me una sedia e fino alla fine della visita essa mi seguiva nei vari spostamenti fuori e dentro la cappella. Le celebrazioni poi erano un’avventura dello spirito fascinosa ed indimenticabile: il tempo vi era come sospeso, i canti ed i balli duravano fino a saziare l’anima, la comunità si esprimeva in tutte le sue componenti a cominciare dagli anziani e dai catechisti con interventi sempre adeguati e funzionali al bilinguismo di queste assemblee dove solo i giovani scolarizzati conoscono perfettamente il portoghese mentre alcuni anziani conoscono solo il xitsua la lingua della regione. In alcuni casi, dati gli orari, come ospite d’onore mi era offerto anche un pasto dove l’ospitalità africana brillava in tutta la sua grandezza. Mentre tutti i convenuti mangiavano seduti o sulle stuoie o sulle onnipresenti panche africane fatte da due biforcazioni di ramo interrate su cui appoggia un piccolo tronco collocate sotto il miglior albero dei dintorni, per il missionario ed il suo ospite compariva sempre un tavolo e delle posate con delle stoviglie, e siccome noi non si beveva per precauzione l’acqua dei loro pozzi, anche delle bibite finite in quel posto sperduto in testa a qualche instancabile donna africana insieme ad altra merce. Insieme con noi al tavolo d’onore mangiavano le persone più importanti della comunità. Mentre ero fatto oggetto di simili attenzioni, come non dover rigettare indietro con grande sforzo un groppo prepotente di commozione pensando al trattamento che tanti figli dell’Africa stanno subendo nel loro tentativo di partecipare al vero o presunto benessere nel nostro paese. E’ chiaro che le situazioni non sono simmetriche ma la disparità di clima umano è stridente. Là dove non c’è quasi nulla di quelli che noi chiamiamo impropriamente i beni, c’è sempre posto per un altro essere umano, e, sopratutto se viene da lontano, per lui c’è sempre il posto d’onore nonostate la povertà della situazione. Forse i troppi beni o la troppa roba di cui ci circondiamo stanno chiudendo i nostri occhi o il nostro cuore e ci impediscono addirittura di riconoscere altri esseri umani come tali, oltre ad averci fatto dimenticare da tempo, che a chi viene da lontano andrebbe sempre riservato un posto d’onore.

 


Comments are closed.